In epoca di conformismi politicamente corretti, è rimasto solo un uomo capace di chiamare le cose col loro vero nome. Quell’uomo è Francesco Cossiga: il primo democristiano a parlare la lingua della gente, l’ultimo a rivendicare il primato della politica. E le due cose non sono in contraddizione.Cossiga cominciò a parlar chiaro nella seconda metà del suo mandato presidenziale, e lo fece essenzialmente per due ragioni: per reagire, forte di un rapporto diretto con la pubblica opinione, alle trame di Palazzo che rischiavano di stritolarlo; per scuotere una classe politica incapace di scorgere la schiuma dell’onda che con la fine della Guerra Fredda e l’avvio di Tangentopoli l’avrebbe spazzata via. Riuscì nel primo intento. Fallì, causa miopia diffusa, nel secondo. Ma da allora non ha più smesso di dire le cose come stanno. Convinto com’è che la politica sia «un’arte e non una scienza», è con sarda cocciutaggine che Francesco Cossiga, incurante del nanismo dei suoi attuali protagonisti, della politica si ostina a difendere il primato. E’ infatti a tutela della superiore legittimazione di chi rappresenta la nazione che il presidente emerito suole scagliarsi contro la magistratura, la Corte costituzionale, la Banca d’Italia, i moralisti alla Travaglio, e quei centri di potere economico e finanziario nelle cui mani i politici assumono le sembianze dei burattini. Ne emerge un personaggio simile alla Cassandra greca per capacità divinatorie e al Don Chisciotte spagnolo per tensione ideale. Il suo linguaggio, tra il paradossale e l’icastico, viene spesso considerato troppo colorito e sopra le righe. «Ma — ha più volte spiegato — se non parlassi così non mi ascolterebbe nessuno». In realtà, pur non avendo più responsabilità politiche dirette, ad ascoltarlo sono ancora in molti. E nella sua casa borghese del quartiere Prati il telefono squilla di continuo: sono i membri dell’establishment che gli chiedono consigli, intercessioni, analisi e previsioni. Si rivolgono a lui perché lui è l’ultimo dei Grandi. L’unico ancora in grado di decrittare i segnali oblicui della politica. L’unico a disporre di quel patrimonio di conoscenze ed esperienza indispensabile a razionalizzare il caos. L’unico capace di padroneggiare gli arcana imperii. E’, Francesco Cossiga, l’ultimo dei Politici. E lo è perché della politica ha sempre riconosciuto l’elemento tragico. Non a caso, ha pensato di corredare l’invito per i festeggiamenti del suo ottantesimo compleanno con una riproduzione della nota stampa di Durer ‘Il Cavaliere, la morte e il diavolo’. A suo dire, emblema della solitudine e dell’estremo rischio che accompagna il politico. Il politico inteso come guerriero.