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La situazione dell'Italia del 2010 fotografata dal Rapporto Censis

Pubblicato da Lara Comi Ven, 10/12/2010 - 16:25

Il Rapporto Censis delinea ogni anno un preciso spaccato della società italiana; vi sono racchiuse le opinioni sullo stile di vita attuale, le aspettative e le preoccupazioni per il futuro dei nostri connazionali.

Lo studio riguardante il 2010 disegna uno scenario sociale cupo e mesto; pur avendo resistito ai mesi più drammatici della crisi, seppure con una «evidente fatica del vivere e dolorose emarginazioni occupazionali”, oggi sorge il dubbio che, anche se ripartisse la marcia dello sviluppo, la nostra società non avrebbe lo spessore e il vigore adeguati alle sfide che dovremo affrontare.

L’Italia in questo momento non avrebbe la forza per riattivare la dinamica di una società esageratamente appiattita e priva del desiderio necessario per ripartire.

Dunque il Rapporto illustra una società pericolosamente e tristemente segnata dal vuoto; ad un ciclo storico ricco di interessi e di lotte sociali, si va sostituendo un periodo denotato dall’annullamento di queste forze conflittuali propulsive.

Ai cittadini italiani manca fondamentalmente il desiderio e lo spirito attivo, necessari per credere nel futuro; sono evidenti le manifestazioni di fragilità sia personali che di massa: comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattativi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e futuro.

Si sono appiattiti i nostri riferimenti alti e nobili (l’eredità risorgimentale, il laico primato dello Stato, la cultura del riformismo, la fede in uno sviluppo continuato e progressivo), soppiantati dalla delusione per gli esiti del primato del mercato, della verticalizzazione e personalizzazione del potere, del decisionismo di chi governa. E una società appiattita fa franare verso il basso anche il vigore dei soggetti presenti in essa.

Si afferma nella società così una diffusa e inquietante sregolazione pulsionale, con comportamenti individuali all’impronta di un egoismo autoreferenziale e narcisistico: lo rinveniamo negli episodi di violenza familiare, nel bullismo gratuito, nel gusto apatico di compiere delitti comuni, nella tendenza a facili godimenti sessuali, nella ricerca di un eccesso di stimolazione esterna che supplisca al vuoto interiore del soggetto, nel ricambio febbrile degli oggetti da acquisire e godere, nella ricerca demenziale di esperienze che sfidano la morte (come il balconing).

Di fronte ai duri problemi attuali e all’urgenza di adeguate politiche per rilanciare lo sviluppo, se viene meno la fiducia sulle strutture fondamentali su cui si evolve spontaneamente la nostra società, se è ancora più improbabile che si possa contare sulle responsabilità della classe dirigente, sulle leadership partitiche o su un rinnovato impegno degli apparati pubblici, c’è quindi bisogno di messaggi che facciano autocoscienza di massa. Non esistono attualmente in Italia sedi di auctoritas che potrebbero ridare forza alla «legge».

Più utile è il richiamo a un rilancio del desiderio, individuale e collettivo, per andare oltre la soggettività autoreferenziale, per vincere il nichilismo dell’indifferenza generalizzata.

Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita. questo è l’unico antidoto che ritengo efficace.

Per potersi liberare del nichilismo sociale, ormai imperante, bisognerebbe tornare a guardare il futuro in modo più sereno e volitivo.

Dalla lettura del Rapporto, è possibile ravvisare alcuni sparuti germi di desiderio: la crescita dei contatti con l’estero, sia imprenditoriali che di studio, legati al primato della competitività internazionale; l’intento di creare comunità sociali (città e paesi) sempre più a misura d’uomo, pensate per favorire l’aspetto relazionale tra le persone e per garantire un migliore soddisfacimento dei bisogni individuali.

Primi timidi segnali che lasciano speranze di una ripresa futura più rosea.

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