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Il «sì di Mirafiori» apre una nuova epoca, che lo si voglia o no

Pubblicato da Lara Comi Dom, 06/03/2011 - 14:23

17 Gennaio 2011 Questa settimana si apre una nuova epoca per Fiat Italia, anche se molti hanno cercato di stravolgere l’evidenza dei risultati del referendum di Mirafiori. I «sì» hanno vinto con un indiscutibile 54 per cento, se la matematica non è un’opinione, ma molti quotidiani hanno cercato quasi di minimizzare: Il Fatto titolava «A Mirafiori vincono i sì, ma i No sono troppi perché Marchionne possa gestire la Fiat come gli pare». A che pro, allora, aver messo in cantiere il referendum? Repubblica ha parlato di una «vittoria di misura» in cui ha pesato il voto degli impiegati, che avrebbero votato «sì» perché «meno toccati dalle nuove regole». Molti altri, tra giornalisti, sociologici, sindacalisti, hanno poi argomentato di «fabbrica spaccata» e «divisione di una comunità sofferente», e c’è stato anche chi, come Susanna Camusso, ha invitato Marchionne «a fermarsi», a «meditare sul risultato», a «cercare il consenso« (sottointendendo che fino adesso ha cavalcato un autoritarismo di forma e di sostanza).È sconsolante che in Italia, quasi in automatico, si tenti ogni volta di stravolgere - con vari metodi - i risultati di un referendum o di un’elezione politica. Al referendum di Mirafiori c’è stata un’affluenza record di 5119 votanti, quasi il 96 per cento dei dipendenti, e un risultato limpido. Vogliamo allora provare a guardare diversamente a quanto avvenuto? Per esempio con gli occhi degli operai stessi, anziché con quelli della politica?Potrebbe aiutarci una nota post-referendum di Marchionne stesso: «Siamo lieti perché la maggioranza dei lavoratori di Mirafiori ha dimostrato con il proprio voto di avere fiducia in sé stessa e nel proprio futuro. I lavoratori non hanno scelto soltanto di dire sì a una nuova possibilità per Mirafiori, ma hanno scelto di prendere in mano il proprio destino, di assumersi la responsabilità di compiere una svolta storica, in un Paese come l’Italia, che è sempre stato legato al passato e restio al cambiamento».E quanto sia importante non mettere paletti al nuovo lo si capisce contestualizzando l’accordo di Mirafiori in un sistema (ormai inevitabile, oserei dire) di competizione globale. L’introduzione dei 18 turni, la gestione del lavoro straordinario, la revisione del sistema delle pause, il doveroso monitoraggio dell’assenteismo, non fanno altro che collocare Fiat Italia all’interno di un’organizzazione del lavoro che gran parte dei paesi occidentali hanno già adottato. Detto in altre parole: volevamo o no che l’Italia continuasse ad avere una posizione, se non di leadership, dotata almeno di un certo peso nel settore della meccanica? Può un Paese con sessanta milioni di abitanti rimanere privo della spina dorsale di un’industria come Fiat (se avessero vinto i «no» non ho dubbi che Marchionne avrebbe mantenuto la promessa di «sbaraccare tutto»)? Se la risposta a queste domande è positiva, anche il prezzo da pagare (purché equo) per ottenere che Fiat rimanga in Italia  non dovrebbe scandalizzare. Né i sindacalisti, né i politici (nemmeno quelli di sinistra), né gli operai stessi.C’è stato chi ha scritto che con i voto di Mirafiori la classe operaia è uscita «dalla fabbrica del Novecento», ingessata in pastoie sindacali e oggi poco competitiva. Io preferisco vederla diversamente: fermo restando i diritti inalienabili conquistati dagli operai in decenni di talora giustissima lotta, con il voto di Mirafiori la classe operaia non solo è uscita dal passato (com’è giusto che sia, perché nel passato non si può vivere), ma ha anche messo un piede nel futuro.Ci sarà da spendere molto sudore, naturalmente, perché nel mercato globale nessuno ti regala nulla. Ma il lato positivo è che, se vuoi, puoi appropriarti in misura maggiore rispetto a cinquant’anni fa della tua singolarità e della tua voglia di competere. Anche alla catena di montaggio.

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