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L'impegno della Ong italiana Cesvi nella terra di Hamas e Al Fatah

Pubblicato da Roberto Colella Lun, 20/06/2011 - 12:18

Annusa il gelsomino e assaggia le nostre olive. Questo il messaggio di benvenuto della compagnia telefonica palestinese. Purtroppo di ulivi oggigiorno ce ne sono pochi se si pensa che soltanto nel villaggio di Anin ne sono stati sradicati oltre 4.000 per fare spazio alla by pass road e al muro per proteggerla. Quella che forse un giorno sarà la pace dei generali non sarà mai la pace della società civile che difficilmente riesce a trovare un accordo. Un accordo però c’è stato, quello di conciliazione tra Hamas e Al Fatah che appariva inevitabile per contrastare il governo israeliano. L’intesa prevede la costituzione di un governo provvisorio formato da tecnocrati indipendenti. L’obiettivo finale sarà la creazione dello Stato palestinese a settembre. Nella Striscia di Gaza la situazione economica è deficitaria e la disoccupazione ha raggiunto livelli stellari. La riapertura del valico di Rafah che tanto sembrava rassicurare l’opinione pubblica in realtà e una grossa limitazione visto che possono passare soltanto donne e bambini e soprattutto non passano merci tanto da rendere l’economia sempre più disastrosa. E così in questo quadro si inserisce l’attività delle varie Ngo che cercano di avviare processi di microcredito sia nella Striscia di Gaza che in Cisgiordania. Con l’ausilio di una collaboratrice di Cesvi, una organizzazione umanitaria italiana, raggiungo la cittadina di Tulkarem nella parte nord-ovest della Cisgiordania alle pendici delle montagne della Samaria. Il campo di Tulkarem nasce nel 1959. All’interno vi sono 18.000 palestinesi. Il tasso di disoccupazione è pari all’80%. Coloro che lavorano sono principalmente operai. E’ impossibile vivere in certe condizioni dove la promiscuità è elevata. Si dorme in piccole stanze a più persone e i bambini giocano quasi uno sopra l’altro in spazi ridottissimi. Tra i disturbi rilevati dagli psicologi del campo ci sono l’incontinenza e l’essere balbuziente. I bambini hanno paura del buio, paura delle milizie, paura delle armi visto le precedenti incursioni dei mezzi corazzati israeliani. La gente del campo chiede maggiore sicurezza, la possibilità di ritrovare i familiari e soprattutto la scarcerazione dei prigionieri. 175 sono gli uomini del campo di Tulkarem detenuti dagli israeliani. Le limitazioni alla circolazione unite alla depressione economica, che con gli ultimi eventi politici ha raggiunto dimensioni di emergenza umanitaria, generano ripercussioni negative su quelle che sono le fasce più vulnerabili del tessuto sociale, in particolare giovani in cerca della prima occupazione e le donne, alle quali solitamente viene precluso l’accesso al mercato del lavoro. Lo sviluppo della piccola e media impresa è condizionato dalla reticenza delle banche e degli istituti di credito a concedere finanziamenti a piccoli imprenditori e contadini, i quali rappresentano i produttori di beni di prima necessità. Organizzazioni non governative no-profit stanno tentando di favorire lo sviluppo economico attraverso il sistema del microcredito, tuttavia le capacità di tali organizzazioni non sono tali da soddisfare la mole elevata di richieste. L’area di intervento di Cesvi è rappresentata dal Governatorato di Tulkarem. Nello specifico, l’azione coinvolge i villaggi di ‘Attil, ‘Anabta, Qaffin e Kufr Sur. In questa zona la struttura familiare tradizionale, ossia quella patriarcale, è saldamente radicata. Nell’area di intervento si registra un tasso di disoccupazione femminile che rasenta il 40%. Ostiche barriere sociali e culturali impediscono alle donne di ottenere un impiego. Cesvi ha avviato diversi progetti, finanziati dal Ministero per gli Affari Esteri, per le donne palestinesi soprattutto nel settore tessile e agroalimentare. Attraverso i guadagni le donne finanziano i figli all’università. Nel centro femminile di ‘Anabta si svolgono vari corsi riguardanti principalmente la formazione lavorativa, senza dimenticare lezioni specifiche per contravvenire a incidenti domestici e corsi in materia sessuale visto che spesso non si denunciano gli abusi subiti. Nelle vicinanze di Tulkarem si estende poi una grossa fabbrica chimica israeliana; tra la fabbrica e il muro della vergogna un terreno di un palestinese. E’ qui che l’agenda umana per la violazione dei diritti si perde in reiterati soprusi ed efferatezze commesse a danno di una famiglia palestinese che coltiva un fazzoletto di terra sempre più ridotto. Mi racconta il proprietario terriero che gran parte della sua proprietà si trova al di là del muro, quindi depauperato di parecchi ettari di terra prelevati con la forza dagli israeliani. Subito dopo la prima intifada (dicembre 1987) venne arrestato e condotto in galera. Quattro anni dopo l’apertura della fabbrica, nel 1989, andò in giudizio contro la fabbrica ma i campioni di terreno inquinati che portò ad analizzare non gli furono mai restituiti. Addirittura una sera le milizie israeliane cercarono di seppellirlo vivo. Grazie alla moglie riuscì a salvarsi ed oggi combatte la sua guerra sostenuto da una rete di organizzazioni umanitarie. Quando si parla del conflitto arabo-israeliano è giusto citare lo scrittore Amos Oz che parla di specificità di questo conflitto. Non è un conflitto tra il bene il male, tra chi ha ragione e chi ha torto. Sono due ragioni che non riescono a trovare un compromesso, non riescono a trovarsi a metà strada. A livello mediatico c’è il rischio di militarizzazione dell’informazione schierandosi dall’una o altra parte. Parlando con la popolazione sia israeliana che palestinese si intuisce che c’è un assoluto bisogno di normalità che si scontra però con la dimensione religiosa-nazionalistica. Se si ha solo un approccio geopolitico non si comprende il vero problema. Per toccare con mano questa situazione bisogna vedere con gli occhi più che sentire l’informazione dei media. A Gerusalemme Est quello che era un percorso per un bambino per andare a scuola della durata di 1 minuto ora è diventato un’ avventura. Il futuro di Israele e Palestina è molto incerto ma all’orizzonte c’è qualcosa che in molti ignorano e che non basterà un muro per contenerla. Non sarà la bomba dei martiri suicidi a preoccupare ma sarà la bomba demografica, con la popolazione araba che cresce sempre più rispetto alla popolazione ebraica. Il tasso di crescita demografica nel 2020 delle due popolazioni vedrà la popolazione ebraica in minoranza e questo dovrebbe far riflettere.

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