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Le nuove sfide e il vecchio schema di Berlusconi

Le dimissioni del capo economista della Bce, il tedesco Stark, ci chiariscono l’intensità del dibattito tra Berlino e Francoforte sull’opportunità di continuare a comprare titoli di Stato italiani (e spagnoli). Le voci di un’intercettazione in cui Berlusconi parla con, per così dire, ‘ironia’ del cancelliere Merkel, ci rammentano che il fatto imprevisto e il fattore umano possono far precipitare la situazione in qualsiasi momento.

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Si salvi chi può! E Bonanni abbandona la nave che affonda

Siamo dunque al si salvi chi può. Significativa la mobilitazione degli amministratori locali di centrodestra contro i tagli decisi dal governo, ma ancor più emblematico il brusco sganciamento della Cisl. Cui certo seguirà la Uil. Mercoledì, dopo aver incontrato Casini, Raffaele Bonanni ha auspicato un governo di larghe intese e ieri, dalle colonne dell’Unità, ha preso di mira l’articolo 8 della manovra: quello che facilita i licenziamenti. Una norma cara al ministro Sacconi, che di Bonanni era l’interfaccia. Lo era, appunto.

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Politici incapaci? Perché non conoscete i tecnici

Al netto dell’evidente insipienza del ceto politico, c’è da dire che anche i ‘tecnici’ non sono più quelli di una volta. In queste giornate di febbrile lavorìo sulla manovra, chi scrive è più volte incappato nello sfogo di ministri e presidenti di commissione. Cose tipo: «L’idea sarebbe questa, ma non so se è praticabile: sai, gli uffici tecnici sono chiusi...», oppure «i tecnici li ho, ma non posso fidarmi».

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Il patto tra Alfano e Maroni c'è, e si vede

Si riteneva che solo l’annunciato faccia a faccia tra Bossi e Berlusconi avrebbe potuto metter ordine nel caos di veti e provocazioni che caratterizza il dibattito nella maggioranza sulla manovra. Invece, venerdì sera dal palco della festa leghista di Bergamo Angelino Alfano e Bobo Maroni hanno trionfalmente annunciato che «la quadra» è stata trovata. E seppure il loro è un caso evidente di ottimismo della volontà, seppure l’accordo politico va ancora riempito di contenuti tecnici, occorreva farlo per dare corpo e credibilità al ticket che li unisce.

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Se il Pd s'impicca con la cinghia della Cgil

E’ opinione diffusa che se l’opposizione  fosse stata giudicata «credibile», lo scorso dicembre Berlusconi avrebbe faticato a trovare i numeri in parlamento per la fiducia al governo. E la storia sarebbe cambiata. Tra le ragioni che spingono molti, dentro e fuori il Palazzo, a considerare poco credibile, e dunque scarsamente competitivo, il Pd c’è anche il rapporto che lo lega alla Cgil. I Ds ne erano succubi, la storica «cinghia di trasmissione» tra Pci e masse funzionava diversamente dal passato: a trainare era ora il sindacato, il partito veniva trainato.

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Il turpiloquio di Bossi e il silenzio di Maroni

Brunetta è «un nano», Casini «uno stronzo», i giornalisti andrebbero «presi a legnate». Nel Pdl c’è chi spiega la scarsa propensione di Umberto Bossi all’uso della metafora con le sue condizioni di salute: il fisico non lo sostiene, il fiato è tronco, la parola gli si nega; perciò sarebbe costretto a fare sintesi attraverso il turpiloquio. La tesi non convince. Invettiva e parolaccia hanno da sempre caratterizzato lo ‘stile’ politico del Senatùr, e di conseguenza quello dei suoi luogotenenti.

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Pd contro Bersani e Cgil: "Riformiamo le pensioni"

Difficile negare l’ipocrisia della Lega sulle pensioni (soprattutto ricordando che il mitico ‘scalone’ fu introdotto dall’allora ministro Maroni), impossibile non vedere i tatticismi del Pd. «Su di noi — ammette Marco Follini — pesa il vincolo della Cgil». Ma da quel vincolo Follini non è il solo a volersi affrancare. E dunque: «Sarebbe un atto di coraggio se il Pd lanciasse alla maggioranza la sfida sulla riforma previdenziale». Un atto di coraggio, e l’unico modo «per conquistarci sul campo la credibilità come forza riformista e di governo».

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Una manovra fatta di totem, tabù e tavolini a tre gambe

Ci sono parole che i leader politici  imbracciano come armi, adorano come totem, temono come tabù. I tabù sono i più duri a morire. Come il cane del fisiologo russo Ivan Pavlov al suono della campanella che annunciava il cibo già iniziava a salivare, così i politici cedono spesso a veri e propri riflessi condizionati. Al solo udire la parola «pensioni», Umberto Bossi mette mano alla fondina.

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Legalità, la nemesi del Pd e della Seconda repubblica

Le cause sono sempre politiche, l’affondo sempre giudiziario. La Prima repubblica esaurì la propria missione storica con la fine del comunismo, ma fu Mani pulite a seppellirla. Si reggeva sui partiti, e le inchieste puntarono infatti su tesorieri e segretari (tutti tranne uno, in verità). Nella Seconda repubblica i partiti contano poco, contano di più gli uomini. Silvio Berlusconi, naturalmente, e in fondo anche Massimo D’Alema in quanto dominus del centrosinistra. La forza politica dei due è ai minimi storici: in pieno crepuscolo, la Seconda repubblica volge dunque al tramonto.

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B&B, i due problemi del centrodestra

I problemi, ormai, sono due: Umberto Bossi e Silvio Berlusconi. E nel Pdl si parla di entrambi. Cominciamo dal primo. Raccontano che, in parlamento, accada spesso che singoli leghisti avvicinino dirigenti del Pdl chiedendo di sabotare le iniziative legislative di altri leghisti. «Se la Lega non farà chiarezza al proprio interno, il governo non potrà reggere a lungo», confida dunque un ministro. Ma nessuno ritiene che Bossi ne abbia la forza. «Parlare con lui non ha più senso: è malato, dopo le 17 crolla e vaneggia», lamenta il vicepresidente dei deputati Pdl Osvaldo Napoli.

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