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La (breve) tregua tra Csm e Berlusconi

I segnali sono due. Silvio Berlusconi non terrà la pur annunciata conferenza stampa contro i magistrati di Milano. Il Csm eviterà giudizi politici sulla norma detta ‘salvapremier’, formulerà le sue critiche su un piano tecnico-procedurale e non si esprimerà prima che il decreto che la contiene venga approvato dal parlamento. E’ tregua, dunque. E garante della tregua tra il premier e i giudici è il capo dello Stato.

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Per Berlusconi, una prova senza appello

Niente di più calcolato. L’ultima uscita di Berlusconi contro i magistrati milanesi è stata sia meditata che, dicono, provata. Come a Vicenza, quando, per sedurne la base, attaccò il vertice di Confindustria. La replica del Csm era nel conto, così come il malumore del Quirinale. A differenza degli anni passati, però, stavolta il premier ha dalla sua l’opinione pubblica. Da sondaggi e focus group risulta infatti che la maggioranza degli italiani è pronta a giustificare qualsiasi norma che sottragga il premier alla Giustizia.

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Quel che resta di un dolce stil novo

A due mesi dal voto, per la prima volta Silvio Berlusconi ha dovuto precipitosamente salire la scalinata del Quirinale non tanto per illustrare al capo dello Stato il merito della legge finanziaria, quanto per rabbonirlo sul fronte giudiziario. I magistrati sono sul piede di guerra. Le opposizioni sulle barricate. Come cinque anni fa, ai tempi del processo Sme e del conseguente lodo Schifani. Controfirmato, dopo lunga trattativa, dall’allora capo dello Stato Ciampi per evitare che una condanna del premier screditasse l’Italia nel semestre in cui presiedeva l’Ue.

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Il dialogo è finito, si torna al passato

E’ la prima regola della politica e vale per gli Stati così come per i partiti: se sei in difficoltà all’interno, evoca una minaccia esterna. Walter Veltroni, in equilibrio precario sull’arcione democratico, l’ha applicata ieri. La ‘minaccia’ ha nome e cognome: Silvio Berlusconi. Sono infatti giorni che ‘Repubblica’, denunciando il progressivo congelamento delle libertà individuali e dei contrappesi istituzionali, paventa nientemeno che una «dittatura», e il segretario del Pd ha cominciato a posizionarsi di conseguenza.

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Immunità, battaglia giusta ma Berlusconi non lo sa

Berlusconi ci tiene come tiene a se stesso: vuole una legge che lo metta al riparo dalla magistratura almeno finché resterà in carica. E c’è da credere che, così come nel 2004, l’opposizione griderà allo scandalo e lo attaccherà. Di certo sarà questa la linea di Di Pietro. E difficilmente il Pd potrà averne una diversa. Così come, si immagina, l’Udc. Di cui pure non si ricordano particolari distinguo ai tempi del ‘lodo Schifani’. Che, opportunamente rivisto nella speranza di passare il vaglio della Consulta, verrà presto ripresentato.

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Quei dipietristi della Lega che hanno oscurato An

Ad oggi, l’attività del governo si è concentrata principalmente su tre temi: la sicurezza, i rifiuti, le intercettazioni. E in tutti e tre i casi l’interlocuzione è stata tra Silvio Berlusconi e la Lega, che ha sempre obbligato il premier a riformulare decisioni in apparenza già prese. Di An s’è persa traccia. Sia pure con maggiore flessibilità e minore protagonismo, il Carroccio sta infatti giocando rispetto al Pdl il ruolo che L’Italia dei valori gioca rispetto al Pd. Entrambi, partiti ‘legge e ordine’. Entrambi, partiti antipartito, o meglio: anti-Casta.

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Intercettazioni: il refuso, l'affondo e il cardinale

Un refuso, dunque. Un refuso di cui si è avuta contezza solo dopo due ore di roventi polemiche. Evidentemente, c’è un problema. Ma se Berlusconi avesse davvero pensato di tagliare il nodo delle intercettazioni con la lama del decreto legge sarebbe anche peggio: si sarebbe messo in rotta di collisione col Quirinale e col Pd, e avrebbe poi dovuto correggersi. E’ già accaduto sulla norma  per allungare i processi, sul reato di immigrazione clandestina, sui tempi di permanenza  nei Cpt, sui tipi di reato ‘intercettabili’.

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Guerra tra bande

I politici del Pd "devono rendersi conto che l’Europa non è un’Italia allargata". Fulminante, la battuta di Martin Schulz. Fulminate e pertinente. Perché, come ha notato il capogruppo dei socialisti europei, i politici del centrosinistra tendono spesso a cadere in un errore antico: pensare che la realtà si adatti ai propri sogni.

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Le due, uniche, fortune di Veltroni

Nonostante tutto, Walter Veltroni è un uomo fortunato. Per due ragioni: perché il partito di Pier Ferdinando Casini sta attraversando una fase di oggettiva difficoltà; perché l’unica alternativa possibile alla sua leadership avrebbe le fattezze di Bersani e lo spirito di D’Alema. Se Casini se la passasse meglio e se per assurdo si collocasse a sinistra, buona parte degli ex popolari e dei cattolici del Pd avrebbero già traslocato nell’Udc.

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