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I dubbi del Quirinale sull'inchiesta P4 e gli errori del passato

Uno come Bisignani, lobbista trasversale, lo puoi prendere da destra o da sinistra. La procura di Napoli intende prenderlo da destra: ci si attende dunque un avviso di garanzia a Gianni Letta, l’anima ‘buona’ del berlusconismo. Molti evocano lo spirito del ’92. Le analogie non mancano, ma c’è una differenza: al Quirinale ‘regna’ Giorgio Napolitano, non Oscar Luigi Scalfaro. Nei giorni scorsi è filtrato dal Colle un forte disappunto per la pubblicazione di intercettazioni (quella tra la Santanché e Briatore) che nulla avevano di penalmente rilevante.

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Casini mai col centrodestra? Un tragico equivoco

Un tragico equivoco. Martedì mattina, i cronisti delle agenzie di stampa hanno battuto una dichiarazione di Pier Ferdinando Casini dalla portata rivoluzionaria. A domanda «tornerà nel centrodestra se Berlusconi dovesse fare un passo indietro?», il leader dell’Udc avrebbe risposto: «Non è nel novero delle possibilità». Bersani ha acceso un cero alla madonna di san Luca, ‘Repubblica’ ha titolato «Casini apre all’alternativa col Pd», i finiani hanno maledetto Badoglio, i dirigenti pidiellini proiettati al dopo-Berlusconi sono precipitati nel più cupo pessimismo. Non era vero.

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Berlusconi, Bossi e la difficile arte d'uscir di scena

Lunga vita ai re, certo, ma gli anni passano e con gli anni le stagioni politiche... Dai diari di Giulio Andreotti, 5 agosto 1979: «Livia (la moglie, ndr) mi ricorda che avevo promesso di lasciare tutto a sessant’anni e andare in pensione. Ci penserò. Ma mi ha telefonato Bianco offrendomi la presidenza della Commissione Esteri, che fu già presieduta da Aldo Moro. Accetto». Calcherà la scena ancora per un’altra dozzina d’anni.

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Se Di Pietro dà lezioni di stile a Bersani

Preda di quell’esaltazione tipica di chi si ritrova in tasca il biglietto vincente della Lotteria, Pier Luigi Bersani ieri si dev’essere convinto che il 57% degli italiani che ha votato per i referendum siano tutti elettori del Pd. O del centrosinistra. Dopo aver detto e ripetuto che a contare era solo il merito dei quesiti e che non sarebbe stato un voto politico, ha infatti chiesto le dimissioni di Berlusconi. Svetta, per stile, Antonio Di Pietro.

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Aleggia sui referendum lo spettro di Craxi

L'inizio della fine, per Bettino Craxi, fu quando a tre giorni dal referendum del ’91 sulla preferenza unica invitò gli italiani ad «andare al mare» anzichè alle urne. Votò invece il 62,6% degli aventi diritto, dimostrando così che il leader socialista non era più in sintonia col Paese. È il rischio che corre oggi Silvio Berlusconi. Un rischio concreto?

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Bersani e la manomissione delle parole

‘La manomissione delle parole’ è il titolo di un fortunato saggio del magistrato-scrittore Gianrico Carofiglio. Il quale, essendo anche senatore del Pd, avrà certo modo di trarre dal lessico bersaniano utili spunti per una prossima versione aggiornata del libro. Consapevole del fatto che la parola «Ulivo» è ancora glamour mentre la parola «Unione» è divenuta sinonimo di ingovernabilità, Bersani va infatti ripetendo da giorni che intende dar vita a un «nuovo Ulivo» e non certo a una vecchia Unione. Qual è la differenza?

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Pdl, si parla del partito per non parlare del premier

Con tutto il male che se ne dice, i partiti politici hanno ancora tre funzioni fondamentali: selezionare e far crescere la classe dirigente; elaborare materiali politici da mettere al servizio del governo quando fanno parte della maggioranza; strutturare il consenso sul territorio. E evidente che il Pdl non è stato all’altezza. Ha selezionato candidati sindaco chiaramente perdenti, non ha mai discusso i provvedimenti al vaglio di governo e parlamento, è strutturato solo al Sud grazie alle clientele e allo strapotere di alcuni ras locali. Porvi mano era necessario.

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Le strambate politiche di Bersani e Fini sui referendum

In fondo sono tutti cavalieri, nel senso che ciascuno cavalca le paure che può. Se Bossi e Berlusconi si sono attirati le, pur legittime, critiche dei benpensanti per aver giocato (e perso) sulla paura del diverso (gli zingari e i musulmani) che dire di Bersani e Fini, i quali, dopo Fukushima, s’accingono a cavalcare la paura per il nucleare?

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Il leninismo della Lega e l'anarchismo del Pdl

Matteo Salvini è un giovane e volitivo dirigente leghista. Fino a due giorni fa era convinto che, in caso di vittoria di Letizia Moratti a Milano, gli sarebbe toccata la carica di vicesindaco. Lo sapeva lui e lo sapevano i giornalisti, che infatti da un mese a questa parte l’hanno  intervistato a più non posso. Poi, il contrordine: la carica di vice della Moratti sarebbe andata all’ex ministro leghista Roberto Castelli. Salvini non ha fatto una piega: «Noi della Lega siamo una squadra, i cognomi non contano.

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Se Berlusconi e Bossi replicano schemi ormai perdenti

Il Fatto Quotidiano, giornale notoriamente ostile al premier, ieri titolava così: «Quest’uomo sta male». Sintomo della malattia di Berlusconi sarebbe l’aver investito l’intero G8 e Obama in particolare dei suoi personali problemi con i magistrati. Un’esagerazione, certo, anche se nella cerchia berlusconiana si ammette il passo falso giustificandolo con «l’ossessione» del premier rispetto ai pm. Parola calzante, poiché mutuata dal latino «obsessus», assediato: è la fotografia del Cavaliere, lavorato ai fianchi da giudici e ‘poteri forti’.

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