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L'eurorealismo di Silvio Berlusconi

Pubblicato da Andrea Cangini Sab, 29/10/2011 - 21:02

Nel settembre 2001 Silvio Berlusconi era al governo e Luigi Crespi era ancora il suo sondaggista di fiducia. Per convincere gli italiani che il passaggio dalla lira all’euro sarebbe stato un affare, il premier costituì una commissione presso palazzo Chigi composta da Crespi, Costanzo, Vespa, Pagnoncelli, Masi e altri esperti di comunicazione. «Mi dovetti dimettere — ricorda oggi il sondaggista — c’era un tale eccesso di retorica e di entusiasmo europeista che mi sentivo a disagio...». Secondo Crespi, l’apparente scetticismo del premier sull’euro, comunicato e subito ritrattato sabato, non risponde ad un calcolo: «E’ stata una scivolata, l’unica preoccupazione di Berlusconi sulla moneta unica era quella di farla accettare dalla gente. Nel merito ne diceva un gran bene». Lo pensa anche Renato Mannheimer. Che parte da un dato di fatto: «Quando nacque l’euro, l’Italia era il Paese più europeista d’Europa. Da allora il consenso è un po’ calato, ma nei giorni scorsi risultava che poco meno dell’80% degli italiani era contrario all’ipotesi di tornare alla lira». Analoga la percentuale tra gli elettori del Pdl, molto meno euroscettici di quelli leghisti.Ma ciò si spiega anche perché (quasi) nessuno tra leader politici, economisti e opinion maker ha osato rompere il tabù europeista. L’economista Paolo Savona, ex ministro di Ciampi, è una rara eccezione: «Il cappio europeo si va stringendo attorno al collo dell’Italia», scrisse un anno fa sul Foglio. E da allora non ha smesso di pensare che, superata una «grave crisi di adattamento» iniziale, al nostro Paese potrebbe convenire abbandonare l’Unione e tornare alla lira. Del resto, nei giorni scorsi il Nobel statunitense per l’economia Paul Krugman ha messo in evidenza come la perdita di sovranità monetaria sottrae agli stati membri gli strumenti per uscire dalla crisi senza per questo darne di analoghi alle autorità europee. «L’amara verità è che sempre più il sistema dell’euro sembra condannato... se si risolvesse presto forse per l’Europa sarebbe meglio», ha scritto sul New York Times. Certo, l’Italia col suo elefantiaco debito pubblico oggi in mano alla Banca centrale europea fa storia a sè. E forse non avevano torto quei politici come De Michelis, Ciampi e Andretta che ai tempi del trattato di Maastricht giustificarono la straordinaria cessione di sovranità col nostro peculiare temperamento nazionale. Alate riflessioni che, in volgare, suonano così: «Un Paese cialtrone come l’Italia non può che avvantaggiarsi da un vincolo esterno che ci obblighi alla virtù». E dunque, tornando all’oggi, la domanda è: Silvio Berlusconi ha intezione di insinuare il germe antieuropeo nell’opinione pubblica italiana per cavalcarlo in campagna elettorale? C’è da credere che se, mercoledì scorso, i partner europei avessero respinto la «lettera di intenti» del premier italiano questo sarebbe stato lo sbocco naturale. Ma poiché l’hanno invece apprezzata accade l’esatto contrario. «Lo scenario — dice Gaetano Quagliariello — è cambiato ed ora Berlusconi ha tutto l’interesse a cavalcare quella lettera, non certo l’euroscetticismo». A rileggere le sue parole di venerdì, infatti, si capisce che l’accusa di aver «attaccato» l’euro è infondata. Berlusconi ha sostanzialmente lamentato la mancanza di governo, sia politico sia economico, dell’Europa. A modo suo, ha detto quel che sostiene anche Romano Prodi. Lo dimostra il fatto che, dopo essersi battuto per gli eurobond, tre giorni fa ha invocato la nascita di un’istituzione comunitaria che gestisca la politica economica e finanziaria al posto degli stati membri. «Né euroideologia né euroscetticismo: quello di Berlusconi è eurorealismo, e nei prossimi giorni sarà sempre più il centro della sua politica», annuncia Quagliariello. Più Ciampi che Savona, dunque. Anche perchè i sondaggi dicono che lo slogan «abbiamo l’unione monetaria urge quella politica» è entrato nella testa della gente. Quanto l’obiettivo sia utopico è un altro discorso...

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