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Le scandalose verità di Cossiga: <La corruzione è ineliminabile, con la mafia la politica tratterà sempre>

Pubblicato da Andrea Cangini Mer, 26/05/2010 - 19:43

Tutto ritorna, parrebbe: Mani Pulite, la corruzione, il rapporto perverso tra politica e denaro. C’è da scandalizzarsi? Secondo Francesco Cossiga, no. Perchè, come spiega nel libro in uscita per Aliberti ‘Fotti il Potere, gli arcana della politica e dell’umana natura’, «tra politica e denaro ci sarà sempre un legame indissolubile» e non bastano «le logiche moraliste tipicamente italiane a cancellarlo». Si può nasconderlo, al massimo. Ma non si può pensare che le regole non scritte del gioco politico vengano come d’incanto sovvertite. Dice infatti il presidente che «come accadeva durante la Prima repubblica, i bilanci di tutti i partiti sono ancor oggi sistematicamente falsi», i soldi che ricevono attraverso il finanziamento pubblico «sono solo una minima parte di quelli di cui possono effettivamente disporre» e pertanto «non c’è personalità politica che non possa essere sbattuta in galera per tangenti». E’ capitato anche a Cossiga di maneggiare denaro altrui, e nel libro lo racconta. Racconta anche che, oggi come allora, non c’è grande partito in cui non emergano personaggi i cui meriti politici restano avvolti nel mistero ma le cui carriere si giustificano con il rapporto esclusivo che hanno saputo tessere con chi il denaro lo ha davvero. Perché «i politici sono ormai marionette nelle mani dei banchieri», e «sul fiume di denaro frutto della corruzione navigano le carriere e le fortune personali di molti di loro». Può dunque capitare che un po’ di quel denaro destinato a finanziare la politica resti attaccato alle mani dei politici. Ma sarebbe saggio non farsene un cruccio. Francesco Cossiga cita un brano della lettera scritta al nipote dal liberale Massimo D’Azeglio quando, nel 1852, lasciò la carica di primo ministro del Regno di Sardegna: «Nessuna opera pubblica può giammai essere realizzata senza che alcuno si arricchisca su di essa». Meglio rassegnarsi, dunque. Perché a mettere l’accento solo sul versante morale dell’agire politico si rischia di trascurarne gli obiettivi naturali: fare, realizzare cose nell’interesse generale. Cossiga ritiene infatti che la moralità individuale andrebbe rapportata all’efficacia di governo, perché «è meglio il politico che ruba un po’ ma sa governare bene, di uno onesto ma incapace». Difficile che tale ‘sensibilità’ possa permeare i ranghi della magistratura. Che però è fatta di uomini come tutti, dunque non necessariamente estranei al fascino del potere. E del denaro. Può pertanto darsi il caso che indagini oggettivamente legittime rispondano a logiche esclusivamente politiche. O di potere. Ad esempio: secondo Cossiga «Mani Pulite non nasce con l’arresto di Mario Chiesa. Ho parlato con diversi grandi imprenditori coinvolti, e tutti mi hanno detto che gli sono stati contestati fatti appresi dai magistrati anni prima grazie alle intercettazioni. C’è qualcosa che non torna: perché quelle inchieste da anni dimenticate sono state di colpo lanciate tra i piedi del ceto politico?». Secondo il presidente, allora l’azione della magistratura fu incoraggiata dall’Fbi americano e dai poteri forti italiani. L’obiettivo? Rovesciare un sistema politico logoro e dal loro punto di vista ormai inservibile. La prassi non è cambiata: «La polizia giudiziaria non risponde più ai propri superiori, per cui il magistrato chiama il funzionario di turno e gli dice: ‘Lei intercetti Tizio, se risulta qualcosa di utile per l’inchiesta, ho già lasciato uno spazio bianco negli atti; in caso contrario, metta da parte le cassette perché possono tornare utili...’». In quelle intercettazioni si trova a volte anche la prova di collusioni col contropotere mafioso. Strano? Macché: «L’Italia — allarga le braccia Cossiga — è l’Italia: l’Italia della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta. E, purtroppo, sarà sempre così. Dobbiamo rassegnarci perché i poteri mafioso, camorrista e ‘ndranghetista non ci sono estranei: sono espressione del carattere della gente cui si rivolgono e corrispondono ad un sentimento radicato in alcuni popoli italiani. Per cui, ad esempio, anche chi non è camorrista in senso stretto ma aspira a governare la Campania sa benissimo che non deve rompere le palle alla camorra...». Il che, concretamente, cosa significa? «Significa tante cose, la più banale è che se a una gara d’appalto partecipa una ditta in odore di camorra quella ditta verrà fatta vincere... Stesso discorso per la mafia. Per fare politica occorre avere rapporti con chi ha il potere, e in Sicilia, come sanno bene anche quei pochi ex diessini capaci di raccogliere qualche voto sull’isola, fare politica senza entrare in contatto con la mafia è impossibile. Salvo accettare di svolgere un ruolo residuale...». Il che, per la maggior parte dei politici (anche di quelli ‘onesti’) sarebbe una scelta contronatura.

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