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Il futuro (breve) di Monti e il sogno di Rothschild

Pubblicato da Andrea Cangini Sab, 12/11/2011 - 22:42

Pur non essendo estraneo al circolo Goldman Sachs ed avendo in passato incarnato l’immagine del tecnocrate, Romano Prodi ha detto che il governo Monti rappresenta «la sconfitta della politica». E’ vero, ma la sconfitta non è di oggi. Oggi si spegne una stella morta ormai da tempo. Da quando si è realizzato il sogno di Mayer Amschel Rothschild, capostipite della famosissima dinastia di banchieri, che nella seconda metà del Settecento così scriveva: «Autorizzatemi ad emettere moneta e a controllare i sistemi monetari del Paese e io non mi preoccuperò più di chi fa le leggi». Fatto. Con Maastricht prima e la nascita dell’euro poi il sogno è divenuto realtà: la sovranità monetaria passa dagli stati alla Banca centrale europea, la quale ha emblematicamente sede a Francoforte, città natale del primo Rothschild, e non risponde ad alcuna autorità politica legittima. «Chi fa le leggi» è finalmente irrilevante. Come spiegava il giurista Carl Schmitt, è nel momento eccezionale che emerge il vero titolare del potere. Eccolo: è il tecnico della finanza. E così da domani, per colpa dell’insipienza dei politici di maggioranza al pari di quelli di opposizione, questa verità sostanziale in Italia diverrà verità formale. Il Tecnico si sostituirà anche fisicamente al Politico. Evidentemente, era giusto così. Se non fosse che, in realtà, la politica non è morta, né può morire. Si è solo spenta; prima o poi dovrà riaccendersi. La politica non è morta né è stato cancellato il luogo in cui tradizionalmente la si rappresenta: il parlamento. Ma il governo Monti nascerà al di sopra del parlamento, calato dall’alto del Colle e confezionato a Francoforte per resistere agli effetti perversi di una finanza ingovernata e di una politica inadeguata. Senza il sostegno del parlamento, però, quel governo non governerà. All’inizio, con la pistola dei mercati alla tempia, i partiti faranno buon viso. Difficile possa durare a lungo. Nei giorni dell’agonia del governo Prodi, in Rifondazione comunista si lamentava come la presenza di Paolo Ferrero al governo fosse un freno alla crisi. Non è solo amore per la poltrona: chi è ministro di un governo è istintivamente portato a difenderne le ragioni. Ma nel governo Monti non ci saranno politici, solo ‘tecnici’: un’istigazione alla crisi, per i gruppi parlamentari che lo sostengono. O più realisticamente alla paralisi. Poiché alla delega sulla riforma fiscale occorrono soldi che non ci sono, bisognerà mettere le mani nelle tasche degli italiani. Ed è sicuro che la riforma del mercato del lavoro e quella del sistema previdenziale genereranno violenti conflitti sociali. I partiti rimasti fuori dall’accordo di governo soffieranno sul fuoco, quelli che ne fanno parte non potranno rimanere indifferenti. C’è chi si chiede: «E se scoppia la guerra con l’Iran, che farà il ‘tecnico’ Monti?». Delle due l’una: o il tecnico Monti si farà politico, o la politica prenderà il sopravvento sul tecnico Monti. Si è spenta una stella, se ne accenderà un’altra.

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