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Il blairiano Renzi e Bersani il conservatore

Pubblicato da Andrea Cangini Dom, 30/10/2011 - 20:22

Nel Pd la chiamano la ‘Dottrina Bersani’. E’ un misto di prudenza e fatalismo che induce il segretario a muoversi lungo solchi già arati, evitare gli strappi culturali, non raccogliere i guanti di sfida lanciati dagli avversari: quelli interni così come quelli esterni. E’ opinione diffusa che, se realmente costretto dagli eventi, Pier Luigi Bersani abbia il temperamento per adeguare il partito a un nuovo corso politico. Quel che gli manca è la capacità e il gusto necessari a preparare l’approdo senza che appaia come un improvviso balzo nel vuoto. Vale per l’ipotesi di un governo di larghe intese, per la scelta delle alleanze, per la ricetta economica imposta dalla Bce all’Italia, per la forma-partito e l’uso delle primarie, fino all’alleanza con i radicali. Bersani non sceglie: tergiversa. E i fatti prendono forma suo malgrado. E’ evidente che l’Italia e il mondo stanno attraversando una fase di radicale cambiamento, è evidente che la leadership di Bersani risulta inadeguata. Occorrono leader innovativi capaci di sparigliare. Uomini pragmatici in grado di mettere a nudo i problemi fuori dagli schemi del politicamente corretto. Tony Blair, per dire, abbe queste qualità. Ma potè darne prova solo perché, prima della sua elezione a segretario, i 15 anni filati trascorsi all’opposizione per il partito laburista britannico non passarono invano. Importanti dirigenti a partire dal segretario Neil Kinnock gli prepararono il terreno: rifiutarono le rendite di posizione, evitarono di cavalcare ogni protesta sociale pur di mettere in difficoltà i governi conservatori, ripulirono il partito dalle incrostazioni trozkiste degli anni Ottanta, misero in discussione il rapporto col sindacato. Poi arrivò Blair e cominciò a fare discorsi che a sinistra diedero scandalo perché considerati «di destra». Approfittò del dibattito sulla Carta sociale europea per affrancarsi definitivamente dal sindacato. Spostò dall’eguaglianza alla responsabilità individuale l’asse della reotica sociale laburista. Lanciò una campagna per la sicurezza spiegando che «dovere» del New Labour era essere «severo» non solo e non tanto «sulle cause del crimine» ma «sul crimine». Conquistò voti al centro e nel ’97, a 44 anni non ancora compiuti, divenne primo ministro. E’ possibile che Matteo Renzi abbia la stoffa di un Tony Blair. E’ sicuro che Pier Luigi Bersani, avvinto com’è al braccio della Camusso, non ha quella di un Neil Kinnock. E per Renzi, o chi per lui, quando infine arriverà il momento sarà tutto più difficile.

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