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I panni sporchi del Pd

Raccontano che le dimissioni del segretario napoletano del Pd rappresentino un implicito atto d’accusa all’indecisionismo veltroniano. Prima di Natale, era stato infatti Veltroni ad affidare a Nicolais il mandato di lavorare per l’azzeramento della giunta Iervolino. Lui ci ha provato, la Iervolino (in tandem con Bassolino) s’è opposta e da Roma nessuno ha detto una parola. Nicolais s’è sentito scaricato.

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Il Pd spera che il Grande inquisitore finisca inquisito

Sul piano dei rapporti umani non fa una piega: dal punto di vista del Pd, Antonio Di Pietro è il peggiore tra i compagni di viaggio possibili. E’ quello che imbroglia sui conti, quello che ti chiede in prestito i soldi senza mai restituirli, quello che ti mette in mutande per farsi bello con le ragazze, quello che trasforma in sfida ogni occasione. Infido, ingrato, ambivalente, aggressivo... Tutto vero. Ma sul piano politico è un po’ più complicato. Politicamente, rompere con Di Pietro sarebbe sensato, ma costoso. Troppo costoso.

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L'antipolitica esploderà in primavera con la crisi

La vittoria di Berlusconi alla politiche, il protagonismo dei suoi ministri, le piazze riempite da Cgil, Pd e studenti ci avevano fatto dimenticare un dato ormai sistemico: la crisi di fiducia nella politica e la fuga nella cosiddetta antipolitica. Le cronache ci riportano alla realtà. E dunque: il crollo della partecipazione al voto in Abruzzo; il clamoroso insuccesso delle primarie del Pd a Bologna; il sondaggio della ‘Stampa’ secondo il quale in Piemonte al 20% di elettorato orientato all’astensione se ne somma un ulteriore 22%; la crescita costante di Lega e Idv.

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Quel comune sentire tra Veltroni e Berlusconi

E’ stato detto che quando i politici non vogliono fare una cosa nominano una commissione che se ne occupi. Ecco, Veltroni vuole nominare una commissione. Una commissione aperta a maggioranza e opposizione, ma anche a magistrati ed avvocati, per mettere a punto la riforma della giustizia. E’ il segno dello scarso interesse per la materia: un modo per mostrarsi costruttivo senza impegno. Perché è chiaro che i magistrati non vogliono la riforma e che Veltroni non intende sfidarli.

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Berlusconi e il rischio del "vorrei ma non posso"

Forse non è il caso della riforma della scuola, ma l’insabbiamento della legge elettorale per le europee e il rinvio della riforma della Giustizia si spiegano col veto della Lega, titolare della golden share sul governo, a iniziative sgradite all’opposizione. Abolire le province, vecchia idea di Luigi Einaudi, consentirebbe un risparmio superiore ai 10 miliardi l’anno.

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Lo spartito di Berlusconi non è quello dei suoi ministri

Il ruolo del mediatore mal si adatta al temperamento di Silvio Berlusconi e alla maschera che s’è scelto: quella del combattente. Se ne ricava così l’impressione che il premier suoni uno spartito diverso da quello dei suoi ministri. L’affondo al Pd (seguito ieri da una parziale retromarcia) suona  come una nota stonata. Stonata rispetto al resto. Rispetto al dialogo col partito di Veltroni avviato dal leghista Calderoli sul federalismo. E rispetto alla clamorosa marcia indietro della Gelmini sulla riforma della scuola.

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Il modello del Pd? La Dc di Rotondi

E’ con un filo di perfidia che l’illustre veltroniano paragona il destino europeo del Pd a quello italiano della Democrazia cristiana di Gianfranco Rotondi: un partitino che, per difendere la propria identità formale, a livello nazionale ha rifiutato di confluire nel Pdl, salvo poi lasciarsi cooptare nei relativi gruppi parlamentari. E’ la fine che farà il Pd all’europarlamento. Non entrerà dunque nel Pse, ma finirà per aderire al gruppo eurosocialista.

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Quel 'tesoretto' di Tremonti destinato a Bossi

Nel centrodestra, il meccanismo è sempre lo stesso: ogni volta che il nodo-Giustizia assurge agli onori della cronaca, il ministro Alfano annuncia come imminente il proprio disegno riformatore e Bossi ne raffredda gli entusiasmi. La spiegazione è banale. I leghisti sanno bene che partire dalla riforma della Giustizia vorrebbe dire spingere il Pd sulle barricate, correndo così il rischio di compromettere l’esito dell’unica riforma che gli sta davvero a cuore: quella federalista. Stavolta, però, è diverso.

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Magistrati e politici in lotta per il potere divisi in clan

Chiunque abbia avuto il bene di ricevere le confidenze ad esempio di un grosso industriale sa che per far affari ad alto livello nel Belpaese occorre distribuire soldi e favori a selezionati rappresentanti di quattro categorie. In ordine di importanza (e di spesa): politici, magistrati, giornalisti, uomini delle forze dell’ordine e dei servizi. Le recenti cronache insistono prevalentemente su politici e magistrati.

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Pd, per la (vera) resa dei conti c'è tempo

Una resa dei conti?

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