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La colpa di morire sul posto di lavoro

Pubblicato da Gabriele Cané Mar, 01/07/2008 - 12:17

LEGGO che un’azienda umbra ha chiesto decine di milioni di risarcimento ai familiari di quattro operai morti carbonizzati in uno scoppio avvenuto in fabbrica. Leggo anche, per fortuna, che la Thyssen ha invece deciso di risarcire le vittime del tragico scoppio con più di due milioni di euro a famiglia, e che gli interessati hanno deciso di accettare per il bene dei propri figlioli. Ma penso che anche gli operai morti in quella esplosione in Umbria avessero dei figli. E’ mai possibile che due episodi simili abbiano trattamenti così diversi?Mario M., Rovigo

Caro  Mario, di cosa si meraviglia? Quando mai in Italia due vicende analoghe hanno lo stesso trattamento? Secondo Lei, ad esempio, siamo tutti uguali di fronte alla legge, o quelli che ci entrano abitualmente in casa, rubano e maltrattano e il giorno dopo sono fuori, non godono forse di un occhio (o due) di riguardo? Detto questo, è ovvio che le vicende che Lei ricorda fanno accapponare la pelle. Intanto perchè degli uomini sono morti bruciati come delle torce mentre lavoravano, alla Tyssen come all’oleificio umbro, per portare a casa poco più di mille euro al mese. Poi, perchè effettivamente a qualcuno dei loro familiari, cioè a quelli dell’azienda torinese, verrà garantito dall’azienda un futuro decoroso, mentre gli altri dovrebbero addirittura pagare per la fine dei loro cari. La ditta in questione dice che l’incidente è accaduto per una loro imperizia. Giusto: se stavano più attenti non avrebbero fatto tanto danno. Sono morti pure loro? Ben gli sta, così imparano a lavorare. Questo sembra sottintentendere la richiesta di danni. Demenziale. Ovviamente si tratterà di un classico gioco delle parti da aula dei tribunali. Ma certi giochi non si dovrebbero mai giocare. Certe volte l’interesse dovrebbe cedere il passo di fronte alla pietà. Perchè proposte come quelle non sono provocatorie: sono solo indecenti.

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