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Vivere da adulti, soffrire come bimbi

Pubblicato da Giovanni Bogani Dom, 13/07/2008 - 00:42

Un uomo sta morendo, in una notte qualunque di carnevale. Una cittadina di provincia. L’esattezza feroce. La semplice banalità, implacabile, dei dettagli ospedalieri. Il silenzio intorno. Il silenzio di tutto un resto del mondo che non può essere coinvolto da un dramma tutto privato. La protagonista, la figlia di quell’uomo. Lei, che in quella notte beve tutto intero il dolore. E osserva lo scivolare dell’uomo verso il confine. Il confine ultimo. Sono le prime pagine de “La bambina di pietra” di Rossella Martina.

        Poi, ci sono i ricordi. Che cominciano a srotolarsi, in quelle ore di attesa. Le sorelle della protagonista. Bambine, adolescenti, donne. E ognuna in navigazione solitaria verso la sua vita. Verso i suoi errori, smarrimenti, rimpianti, dolori. E la protagonista che le osserva navigare via.  

 

            Un padre che muore. E un altro vivo, forte, nel ricordo. Il ricordo di una vacanza a New York. Ginevra quattordicenne, con il padre. E quel vestito comprato solo per lui: per sembrargli bella, e forte, gemma perfetta. Ricordi a grappolo. Gli anni ’70, il femminismo, le scuole occupate, gli spinelli, l’università, Pisa, gli amici, la rivoluzione, gli aghi. Le comunità di recupero. Siamo in Toscana, siamo in provincia. Ma la storia arriva anche lì, come marea sul bagnasciuga.

            Passato, presente. Due lame che tagliano l’anima. Le tre sorelle come in un film di Bergman. Sussurri e grida. Vite intere che si coagulano in attimi. Battiti di vita. Scatti tra un prima e un dopo. Il padre che desidera tanto un figlio maschio, dopo tre femmine. E sua moglie che muore di questo, del suo desiderio di paternità che finisce in tragedia. Le figlie che crescono. Che cercano il proprio posto nel mondo. E lo trovano sempre un po’ fuori asse, rispetto alla felicità. 

 

            La vita piano piano prende forma. Ed è un graffito inesplicabile. Il ’68 che ha cambiato tutto, ma in fondo non ha cambiato niente. E le tre sorelle sono fragili come le loro madri, e zie, e nonne. Uguale la fragilità. Uguale la voglia, disperata, di credere in un dio. Remoto e incapace di salvarti, come un padre che muore.

 

            Un libro che è una storia di donne. Le sorelle, e la cugina che brilla di una luce maligna, enigmatica, remota, un grande punto interrogativo per tante pagine. E una madre in dissolvenza, una zia che ama in disparte di un amore muto, una nonna che accetta di morire quando si sente tranquilla sulle nipoti. Una storia di donne con un uomo protagonista. Un padre che in ogni istante cerca di dare se stesso, e la sua lucidità. Che non perde la testa e non impreca quando le figlie si allontanano, ognuna persa in un proprio viaggio interiore, lontano da lui. Un padre che vive con dignità l’ultima prova. Vedere il proprio corpo disintegrarsi, scivolare nel nulla che non ha dignità.  

 

             Rossella Martina scrive da anni su “QN”. Di cultura, di costume, di libri. Conoscete già la sua eleganza, la sua composta modernità di scrittura. Qui, rispetto agli articoli, c’è una cosa in più. La forma del romanzo glielo avrebbe potuto concedere: invece Rossella non vende mai fumo, neanche per un attimo. Mai una metafora, un paragone, un aggettivo non necessario. Mai un’immagine vaga. Mai la tentazione di fare giochi di prestigio con le parole. L’emozione viene tutta dall’esattezza. Dai particolari. Dai dettagli. Dall’onestà, dalla forza feroce di andare in fondo, fino in fondo ai propri dolori.

             Ci vuole coraggio, ci vuole intelligenza, ci vuole arte per scrivere un libro come questo. Rossella li ha avuti. Edito da Marco del Bucchia, “La bambina di pietra” (268 pagine, 15 euro) verrà presentato questo pomeriggio alle 18 sulla terrazza del Principe di Piemonte di Viareggio.  

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