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Tu vuo' fa il partigiano

Pubblicato da Giovanni Bogani Gio, 02/10/2008 - 14:21

Spike Lee, guru del cinema americano “black”, dice di aver voluto fare un film di fiction. Nato da un romanzo di fiction. Parliamo di “Miracolo a Sant’Anna”, girato tra le Alpi Apuane, e in uscita domani in tutta Italia, tra un fuoco incrociato di polemiche. Racconta di un gruppo di soldati neri americani, finiti in mezzo a una guerra che non è la loro. Ma che è la nostra. Quella con cui abbiamo fatto i conti, da quando siamo nati. Quella dei nostri padri, dei nostri nonni. Ognuno di noi ha in famiglia chi ha avuto a che fare con quell’insieme immenso di tragedie, di morti, di scelte da compiere in fretta. Ma Spike Lee dice di avere fatto fiction.  

 

E allora, la domanda è: perché, in un film di fantasia, seppure intorno a una guerra, metterci dentro un episodio vero: la più tremenda strage nazista, l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema in cui le SS uccisero a sangue freddo cinquecento vecchi, donne e bambini – ma risolvendolo in cinque minuti, buttato là, una qualunque tra le altre scene d’azione del film? Dal punto di vista dello spettatore, è come se in un film dal titolo “Miracolo a Gerusalemme” si vedesse la Passione di Cristo, ma in cinque minuti, inserita in un contesto di tensioni fra antichi Romani ed ebrei, che occupano tutto il film.

 

            Non poteva lasciare stare i morti di Stazzema? Ma Spike Lee dice che ci fa un piacere: “Quella storia in realtà non la ricorda nessuno”, ha detto anche ieri, in conferenza stampa. “Io vi stimolo a riscoprire la vostra storia”. Insomma, secondo lui ce la siamo dimenticata, questa storia. Il che può anche essere vero. Ma che ce lo dica Spike Lee, e con un film molto approssimativo su partigiani, fascisti e popolazioni civili italiane, ci rende un attimo perplessi.

 

            Su questa storia “dimenticata” ha indagato la magistratura fino all’anno scorso. E il tribunale militare della Spezia ha stabilito, con tre gradi di giudizio, che si trattò di terrorismo pianificato. Di una strage pensata a tavolino, per sterminare la popolazione di un paese, e rompere ogni collegamento tra civili e partigiani. Nel film, la storia è diversa. Un ufficiale nazista chiede “dove si nasconde il capo dei partigiani?”. Quelli non glielo dicono, e parte la smitragliata.  

 

            Enrico Pieri, uno dei pochissimi sopravvissuti alla strage, all’epoca aveva 12 anni. Ne ha 76 oggi. Ha visto il film, e alla fine era molto scuro in volto. “Non lo riconosco, non riconosco quello che ho visto, quello che ho vissuto”, dice. E poi non vorrebbe dire altro. L’associazione dei partigiani, l’Anpi, dice che avrebbe voluto collaborare col regista, mettersi a disposizione. Ma non sono stati mai contattati. Hanno anche chiesto di vedere il film in anteprima, senza che sia stato loro concesso. Spike contrattacca: “Nessuno di loro mi ha cercato. E comunque, perché avrei dovuto far vedere il film in anteprima? Per cosa? Non permetterei a nessuno di venirmi a dire come fare il mio film”.

 

            Su questo ha ragione. Il film è suo, e non è un documentario. Forse, però, non gli sarebbe costato niente collaborare di più, mettendo in chiaro che il regista è lui, e lui soltanto. Spike Lee, deciso, conclude: “Se il mio film fosse così sbagliato verso la Resistenza, forse il Presidente della Repubblica italiana non mi avrebbe chiesto di vederlo”.

 

            Ma soprattutto, diciamo la verità: il film non è su Sant’Anna di Stazzema. E neanche, in fondo, sulla Resistenza. Lui voleva parlare dei soldati neri. Del contingente dei Buffalo Soldiers mandati in guerra, in Italia, da ufficiali bianchi che li disprezzavano, e li mandavano a morire considerandoli poco più che niente. L’Italia, in questa storia, è poco più che scenografia. Il legame di Spike Lee con la Toscana, con l’Italia, con la nostra storia, giustamente non c’è. E si vede.

 

            Tra i protagonisti, Pier Francesco Favino. Che ha vissuto le polemiche forse ancor più di Spike Lee. “Per me questo è un film importante. Nessun regista italiano mi avrebbe offerto le due righe di copione con cui esordisce il mio personaggio. Sono un partigiano che dice: ma quale differenza c’è, tra noi e loro, tra partigiani e fascisti, davanti a Dio? Nessun regista italiano, credo, avrebbe avuto il coraggio di scrivere una battuta del genere, per paura di essere accusato di revisionismo”. Ma precisa anche: “Bisogna intendersi anche su che cosa sia revisionismo. Per me, ogni gesto di narrazione è una revisione. Nel caso però in cui si voglia usare questo film per altri scopi, non ha nulla a che vedere col film”.

 

            Chiarisce: “Io non ho fatto questo film pensando che partigiani e fascisti siano la stessa cosa. Non l’ho fatto pensando che i partigiani non ci abbiano liberato da una piaga. Vengo da una storia familiare che è quella lì: sono di sinistra, se si intende rifiutare che possa tornare mai un orrore come quello. Però so che nella testa delle persone, in quel momento tremendo, può essere passato tutto, e il contrario di tutto”. Poi postilla: “L’importante è che c’è stata la strage. Che è stata orribile. Il perché, il detonatore della strage, se sia quello storico oppure no, mi sembra un problema accessorio”.

 

Per le nuove polemiche, avanti c’è posto.             

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