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Parare la vita. Giuliano Sarti, una storia vera

Pubblicato da Giovanni Bogani Gio, 19/06/2008 - 13:32

             “Guardi, no, domani non posso. Ho da fare delle cose importanti. Non so se ho tempo, domani”. E tira fuori di tasca un foglietto di bloc notes. C’è scritto: pomodori, zucchine, uova, zucchero. Ti guarda negli occhi, con quegli occhi chiari, sorride e dice: “Cosa le dicevo? A casa non possono preparare il pranzo, senza di me…”.           

Gli occhi azzurri appartengono a un signore dall’accento bolognese, che ha eletto Firenze a moglie e ad amante. Quegli occhi hanno scannerizzato per anni un campo di calcio. Mentre arrivava al galoppo il nemico. Cavalieri Teutonici con le lance e i cavalli schiumanti. O cavalieri bianchi della Spagna di Francisco Franco. O guerrieri in maglia rossa che vengono dalla città dei Beatles, Liverpool. E partite nel fango, battaglie epiche, o hidalgos argentini rissosi e cattivi, che tirano pugni e sputano nella finale della coppa Intercontinentale.

Mantenere la calma, quando il nemico arriva al galoppo e i tuoi arrancano, nel panico. Stare lì, a difendere il fortino assediato. Disporre gli altri soldati, a difesa della città. Mandare gli stopper feroci a fare a spallate con il centravanti, e i terzini a mangiare i polpacci alle ali. E non perdere la testa, anche quando il pallone finisce in rete. Che la vita ricomincia.             

Giuliano Sarti è stato il portiere della Fiorentina del primo scudetto, quello del 1955-56. E il portiere della Grande Inter. Quella che vince tre scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali nel cuore degli anni ‘60. Il signore che domani deve comprare le zucchine e le uova esordì in serie A che aveva vent’anni. Con la Fiorentina. Uno scudetto vinto con una squadra mitica. Con i piedi fatati di Julinho. Il fuoriclasse. Che chissà come lo pronunciavano, a Firenze. Giulino? Giuliano, invece, era più facile da dire. Giuliano, Firenze se lo tenne stretto per nove anni. Il tempo di disputare una finale di Coppa dei Campioni, contro i guerrieri bianchi e invincibili del Real Madrid.             

Nello stadio di Madrid, c’erano centomila persone. C’era il re di Spagna, dice Sarti. C’era anche lo scià di Persia, Reza Pahlevi, con la principessa triste, Soraya. Vent’anni prima, invece, intorno a Giuliano c’era solo un cascinale di campagna. “Sono nato a Castello d’Argile. Milleottocento abitanti in tutto”, dice. Pianura assoluta. Lì vicino, a Budrio, altro paesino perso nell’erba, nascerà molti anni dopo Stefano Accorsi, attore bello del cinema italiano. Lì, nella nebbia d’inverno, s’intuiscono due mète lontane, metropoli sognate: Ferrara e Bologna.            

Giuliano è un bambino alto. “Quando si gioca a pallone, finisco sempre in porta. Un giorno mi vede mio padre e mi dice: ‘Sei così magro che se c’è un filo di nebbia non ti vedono!’…”. Il portiere non si vede. La porta non c’è. E non ci sono nemmeno i guanti. Giuliano impara così. E i guanti non li porterà mai.             

C’è altro da pensare, intanto. C’è la guerra. E il dopoguerra, forse ancora più duro. “Avevo dodici, tredici anni. Andavo in giro vendendo caldarroste. A volte vendevo frutta e verdura. Quando mi rimanevano gli ultimi tre carciofi, li barattavo con un uovo”. E quando dice “un uovo”, lo dice come se fosse una parola preziosa. Come se “un uovo” fosse un valore. Come il primo dollaro di Paperon de’ Paperoni. Come il primo passaggio dalla fame a una specie di felicità del corpo. Un uovo.               

Quando non c’è niente da vendere, si va in risaia. “Ci prendevano con il camion, e si andava in risaia a lavorare”, dice. Sembra di vederlo, quel mondo da don Camillo e Peppone. Quel mondo di pianura e di fatica. Da cui cerca di uscire con i provini per le squadre di calcio. “Sognavo di andare al Bologna. Non mi presero mai. Invece, un giorno, venne un osservatore della Fiorentina. E mi presero”. A vent’anni esordisce in serie A, contro il Napoli. L’anno dopo, è titolare. Sarti, Magnini, Cervato. La formazione della Fiorentina. La gente comincia a conoscerla a memoria.              L’allenatore, Fulvio Bernardini, lo chiamano “il dottore”. La studia bene, la formazione. In modo “scientifico”. Con la classe di Julinho, con le parate di Sarti, con il fiato di Chiappella, arrivano allo scudetto. La città li ama, loro amano la città. Non sarà un caso se quasi tutti sceglieranno di rimanere a vivere a Firenze. Emiliani, veneti, friulani. Perché il calcio si imparava e si giocava lì, in un Nord Italia ancora povero, dove la gente non girava ancora con i Suv e gli occhiali da sole in inverno. Dove non si contava il tempo con gli aperitivi, ma si lavorava duro. Nei campi di riso, o in quelli di pallone.             

L’anno successivo, gioca la Coppa dei Campioni. E la Fiorentina arriva in finale, a giocarsi tutto a Madrid contro il Real. “Più che una partita, una corrida. Centomila spettatori contro di noi. Ma resistemmo, fino a pochi minuti dalla fine. Un rigore per un fallo commesso cinque metri fuori dall’area”, dice. Riguardi le immagini su Youtube. E, perbacco, è vero. Chissà come batte il cuore, quando per settanta minuti pensi di poter arrivare in cima all’Europa, con la forza delle tue parate a mani nude.             

Nove anni a Firenze. Poi, Milano. L’Inter. Una star in una squadra di star. Sarti, Burgnich, Facchetti. Un altro mantra. Un’altra preghiera laica, recitata a memoria da migliaia di ragazzini. “Sarti, Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso”. Con le variazioni del caso, ma poche. Perché anno dopo anno, gli eroi restano loro.  la Grande Inter. Quella che vince tutto.             

Quello che cerco di sapere io, però, è com’era, quell’Inter, vista da dentro. Per esempio: Herrera, l’allenatore, il mago, com’era? Chi era? “Appena arrivai, Herrera mi disse: tu stai sulla linea di porta, e non ti muovi come facevi a Firenze. Picchi, il libero, va avanti. Io dissi: se è così, non mi prendo la responsabilità dei gol che prenderemo. Tutti mi guardano allibiti. Avevo osato rispondere al Mago, a Herrera. Lui mi disse: se facciamo come vuoi tu, ti prendi la responsabilità? Certo, dissi io. E si fece come dicevo io”.             

Perché Sarti faceva il portiere lontano dai pali. Più avanti possibile. Col rischio di prendere un pallonetto, e fare una brutta figura. “Bisogna legarlo al palo della porta con una catena”, scrisse di lui Beppe Pegolotti, grande giornalista sportivo della “Nazione”. Non lo amava molto. “Poi, una volta venne a giocare un’amichevole da noi il più grande portiere del mondo, Lev Yashin. E scoprii che giocava proprio come me. All’altezza del dischetto del rigore. E dissi: ma porca miseria, vedi che avevo ragione?”.             

E la popolarità? Come riusciva a gestirla, Giuliano Sarti da Castello d’Argile? “Bene: perché non c’era. Quando vincemmo la Coppa Intercontinentale con l’Inter, due giorni dopo andai a Milano ad accompagnare un mio nipote alla comunione. In tram. Tranquillamente. Nessuno mi disse niente”.             

E le donne? “Macché”. Ma negli alberghi non c’erano ad aspettarvi? Voi dell’Inter eravate popolari come i Beatles. “Macché. E poi nessuno di noi era tipo da donne. Facchetti pensava solo a sua moglie, e Burgnich, Guarneri? Ma nemmeno se li vedevo!…”.  Corso sì, però… “No, Corso pensava alle automobili. Gliele regalava il presidente…”.             

E i soldi? “C’erano. Ma non c’erano i procuratori. Si andava a parlare direttamente col segretario della società. E a volte, direttamente col presidente. Che non diceva mica sempre di sì. Alla Fiorentina, il presidente era Enrico Befani, industriale pratese. Un giocatore gli voleva chiedere 5 milioni. E gli disse: presidente, il prossimo anno mi dà una manata? E allargò le cinque dita. Lui gli rispose: ti do una manata, sì, ma sul muso! E la storia divenne leggenda”.             

Oggi Giuliano Sarti è un nonno tranquillo. Ma la vita non risparmia nessuno. “Ho avuto un dolore terribile, un anno e mezzo fa”. Racconta quel dolore. Con quegli occhi chiari. Come chi vede un pallone rotolare nella rete. Uno di quei tiri che non si riescono a parare.             

Ha deciso di vivere a Firenze. Poco fuori dal caos e dal traffico della città. Un’isola di verde, finché il cemento non arriverà sempre più vicino. La cena è finita. L’ultimo brindisi, con un goccio di vino. Poco, da atleta che ha dosato sempre le sue forze, e i piaceri della tavola. “Devo alzarmi presto, sa? Domattina, come le ho spiegato, ho cose importanti da fare”. Stringe la mano. E se ne va, su una piccola utilitaria bianca.  

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