Turchia punta dell'Occidente
L’ASSALTO alle ambasciate dei Paesi «nemici» del regime siriano ormai è un appuntamento quotidiano. Ieri sono state prese di mira le sedi diplomatiche del Qatar, degli Emirati Arabi Uniti e del Marocco, «reo» di ospitare il vertice dei ministri degli esteri della Lega Araba. «Circa un centinaio di persone - racconta alla France Presse il titolare della legazione di Rabat, Mohammed Khassasi - ha manifestato davanti all’Ambasciata gettando sassi e uova contro la cancelleria». La bandiera è stata ammainata. La stessa sorte era toccata lunedì alla sede diplomatica giordana. Al posto del vessillo della monarchia hashemita era stato issato quello degli Hezbollah libanesi . Lunedì 15 novembre, poche ore prima dei blitz, il viceministro degli esteri Faisal Mikdad aveva promesso che le aggressioni di sabato sarebbero rimaste un episodio isolato.
Poco convinta dalle rassicurazioni, la Francia ha ritirato il suo ambasciatore Eric Chevallier. Le bande dei miliziani fedeli a Bashar al-Assad, gli Shabbiha, erano scese in piazza a Damasco e a Latakia per celebrare l’anniversario del golpe che nel 1970 portò al potere Hafez al-Assad, padre del presidente in carica. Le notizie che filtravano dalla capitale marocchina hanno infiammato gli animi. In particolare Al Jazeera aveva trasmesso l’informazione che i ministri degli esteri stavano discutendo l’invio di una forza di interposizione della Lega Araba, un contingente simile a quello inviato in Libano nel 1976 nel tentativo di fermare la guerra civile.
IL VERTICE si è concluso invece con l’ennesimo rinvio. Ad Assad sono stati concessi altri tre giorni per «fermare la sanguinosa repressione» contro il suo popolo. In caso contrario subirà «sanzioni economiche», ha annunciato il premier del Qatar Hamad Ben Jassem. Damasco, aveva tuonato il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu, che partecipava al vertice di Rabat, «pagherà a caro prezzo» le cataste di morti, 376 dal 2 novembre (26 sarebbero bambini). Nella notte un commando del Libero Esercito della Siria, la formazione armata nella quale sono confluiti 40 mila militari che hanno disertato, ha preso di mira a colpi di mitra e di lanciarazzi una sede dell’intelligence dell’Aeronautica ad Harasta, a nord di Damasco . Sei militari lealisti sarebbero stati uccisi. Si sono alzati in volo diversi elicotteri. La zona è stata subito isolata.
Gli Stati Uniti hanno condannato l’azione: «La violenza fa il gioco del regime». Per la prima volta i soldati ribelli hanno aperto il fuoco contro il famigerato controspionaggio militare. Ora li comanda, dalla Turchia, il colonnello Riad as-Saad. L’ufficiale ha costituito un consiglio militare provvisorio che non accetta l’adesione di iscritti a partiti politici o di militanti islamici. La repressione degli apparati fedeli a Bashar al-Assad ieri avrebbe provocato altre 20 vittime. Dopo quello con il Libano è stato minato anche il confine con la Giordania a sud di Daraa, la culla della ribellione.
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