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Letali in Libia i jet tricolori

Pubblicato da Lorenzo Bianchi Ven, 04/11/2011 - 19:30

I PILOTI italiani battono i francesi nei bombardamenti del Paese del  Colonnello. La cortina di mistero calata sulle operazioni in Libia di colpo  si dissolve e ora scopriamo, solo dopo la fine della missione ‘Unified  Protector’, che gli aerei italiani hanno martellato gli obiettivi assegnati  e che li hanno regolarmente centrati. Il ministro della difesa Ignazio La  Russa, in collegamento con i contingenti internazionali di pace dalla sede  del Centro Operativo Interforze, può finalmente esibire la sua soddisfazione  e rivendicare «con orgoglio la grande efficienza delle nostre missioni e  l’approccio dell’Aeronautica italiana».

Di colpo sembrano svanite le remore  politiche che avviluppavano l’intervento. Negli ambienti militari  serpeggiava da tempo un profondo malumore per il silenzio ostinato sulla  partecipazione italiana. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era  stata la mancata citazione del presidente americano Obama. Una «svista»  bruciante. Qualcuno ha acceso il semaforo verde al capo di Stato maggiore  del ‘Joint force command’ della Nato a Napoli, Leandro De Vicenti.

  APPRENDIAMO così solo ora che i piloti italiani si sono piazzati al  «secondo-terzo posto, alla pari con la Norvegia, ma davanti alla Francia».  Su 750 «obiettivi specifici» da abbattere hanno sganciato «714 ordigni di  precisione» con un’efficacia media del 79 per cento. Da Trapani, il  colonnello dell’Aeronautica Mauro Gabetta quantifica le «sortite» in 1700,  per un totale di 7300 ore. I caccia sono stati impegnati nella difesa in  volo, nella «soppressione» delle postazioni antiaeree libiche, in  ricognizioni e in attacchi al suolo. Insomma a 360 gradi.

La Marina ha contribuito al rispetto dell’embargo con nove navi, due delle quali erano  sommergibili. Si sono avvicendati 3500 uomini che hanno «interrogato» più di  3000 mercantili, ne hanno ispezionati 300 e respinti undici.Peccato che la  trasparenza arrivi soltanto a missione comoiuta. Esattamente come accadde  per la guerra del ’99 in Serbia e in Kosovo. Con una sola, rilevante,  differenza. Il premier allora era Massimo D’Alema.

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