La storia/ Nell'inferno di Gheddafi. Parla Khaled Abu Harba, ematologo sopravvissuto alle torture nel carcere di Abu Salim
Tripoli. «L’INCUBO SI È AVVICINATO a piccoli passi. Prima un arresto di quattro giorni. Mi beccarono e mi trovarono addosso 31 mila dinari raccolti per la gente della montagna berbera ribelle, il Jebel Nafusa. Facevamo le riunioni nel bar dell’ospedale… C’era un individuo che osservava tutto tenendosi in disparte. Loro sapevano già che ero stato contattato anche per un trasporto di armi. Durante un interrogatorio uno sbotta: lascia perdere le medicine e parlaci del colpo grosso».
Khaled Abu Harba, originario di Zawiya, è un ematologo di 27 anni. Lavora nell’immenso falansterio del “Tripoli Medical Centre”, l’ospedale civile della capitale. E’ disceso agli inferi del carcere di Abu Salim, girone dei dissidenti politici. Ne è riemerso perché sono arrivati i tuwar, gli uomini della rivoluzione. Era il 24 agosto. «Gli spioni del regime si sono avvicinati a me gradualmente, ma inesorabilmente. Mi arrestano il 15 giugno. Sono 14 anni che faccio il sub. I ribelli di Misurata lo sanno e mi hanno chiesto di fare un’operazione. Si tratta di prendere da una barca un contenitore stagno pieno di armi e di spingerlo fino alla riva nuotando sott’acqua. Mi hanno anticipato solo il giorno. Sarà di giovedì».
Khaled si passa una mano sulla fronte. La descrizione dei modi usati per “ammorbidire” i prigionieri lo fa soffrire ancora: «Mi hanno menato di santa ragione. Sparavano per arroventare la canna del kalashnikov e poi me la premevano su un braccio. Mi spegnevano le sigarette sulla schiena. Sono stato rilasciato grazie all’intervento di un generale, un buon amico di mio fratello Mourad. Passa qualche giorno e mi arriva la telefonata di un agente di un servizio di sicurezza. Mi avverte che verranno a prendermi a casa. Da noi funziona così: è meglio farsi trovare. Se ti fai di nebbia, rischiano di finire sotto chiave i tuoi familiari».
KHALED SCAPPA verso il confine con la Tunisia. Lo rintracciano alla frontiera di Ras al-Jedir. E lo fermano di nuovo. «I miei amici – ricorda - avvisano la famiglia. Intervengono, su pressione del solito Mourad, quattro pezzi grossi. Il capo dei secondini si toglie dalle peste spedendomi ad Abu Salim assieme ad altre dieci persone. Il 24 giugno si aprono le porte del supercarcere». L’ematologo esita. Un moto di pudore interrompe il suo racconto. Riprende con fatica: «Appena scesi dalle auto ci hanno picchiato con tutto quello che gli capitava sottomano. Avevano tubi di ferro, lunghi bastoni di legno, baionette e la cosiddetta Hyundai bianca, un cavo elettrico che finiva con una palla di ferro verniciata di bianco. Dopo due ore ci tolgono tutti i vestiti, immobilizzano mani e piedi con manette tenute assieme da catenelle e ci parcheggiano per tre giorni nel corridoio. Gli occhi sono coperti da una benda. C’è un carceriere. Sta appollaiato su una sedia e ti fa pestare a sangue se ti azzardi a muoverti. Io e un ufficiale siamo quelli che prendono più botte. Dopo tre giorni mi danno una tuta blu, come a tutti gli altri della zona di Tripoli. Ho una lunga ferita alla coscia destra. Mi portano in infermeria. Mi danno sette punti di sutura. Mi interrogheranno il 19 luglio, unico dei 40 fermati a Ras Jedir».
Khaled si concede un sorriso incerto: «Ancora una volta si sono fatte sentire le amicizie di Mourad! Il fatto di essere sentito è già un segno positivo. Altri vengono dimenticati per anni. Mi rovesciano addosso un rosario di imputazioni assurde. Mi dicono che volevo ammazzare i kataeb, il lealisti, di guardia al mio ospedale e che prima del 17 febbraio ero andato in Salavador per tentare un golpe. Ogni sera parlo attraverso lo spioncino con un altro medico mio vicino di cella. Con una pazienza certosina siamo riusciti a spezzare la catenella che dovrebbe tener chiuse le feritoie. Un giorno ci mettono uno davanti all’altro e ci tolgono la benda dagli occhi. I nostri volti non ci dicono nulla. Ma ci riconosciamo subito dalla voce».
PRIMA DI ESSERE INTERROGATI nella tenda bianca che è al centro del cortile interno più grande i detenuti vengono “preparati” al colloquio picchiandoli: «Io per fortuna ho dovuto subire la Hyundai bianca solo due volte. Avevano le trascrizioni delle mie telefonate. Mi ripetevano ossessivamente: “Lascia perdere la raccolta di medicine per la montagna berbera: da te vogliamo il dolce!” E’ chiaro che alludono alla questione delle armi. Io mi sono anche tradito, non so perché. Gli ho raccontato che l’ultima volta che ho lasciato Tripoli è stato in dicembre, quando sono andato a Sabrata per fare un’immersione con mio cugino. Il mio Torquemada butta la penna per terra. Grida scandalizzato: dicembre non è una stagione adatta per le immersioni! Riesco a non crollare.
I giorni scorrono con una lentezza esasperante. Non ci è mai concessa un’ora d’aria. Usciamo di cella solo per essere interrogati. Io mi sono inventato un lungo filo fatto con piccoli pezzi di vestiti per passare medicine da una cella all’altra. Siamo stipati in 12 in una stanzetta di 4 metri per 5. Manca sempre l’acqua. Il 20 agosto la Nato bombarda la direzione. Da quel giorno al 24 restiamo chiusi nei reparti. Le guardie stanno sempre sul tetto. I militari detenuti riescono a scappare. Dopo un po’ li vediamo tornare. Sono molti, molti meno di quelli che sono fuggiti. Circola la voce che elimineranno tutti i carcerati. Sentiamo un frastuono di spari. Ci accalchiamo davanti alla porta della cella. Ognuno spera di essere ucciso per primo. Nessuno vuole rischiare di essere solo ferito e condannato a una lunga agonia. Invece appare il viso di un tuwar, un rivoluzionario. E’ impossibile sbagliarsi. La sua divisa ha uno scudetto con le tre strisce della vecchia bandiera libica,verde nera e rossa. E’ finita».
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