Gheddafi, tomba segreta nel deserto. Il Cnt: non sarà un luogo di culto. I ribelli chiedono alla Nato di restare un altro mese.
TRIPOLI. Di NOTTE, furtivamente, tre auto hanno portato i corpi nel deserto. Salem al-Mohanmdes, un guardiano del mercato tunisino di Misurata, tira un sospiro di sollievo: «Il nostro lavoro è finito. Il nostro Consiglio militare ha trasferito Gheddafi in un posto segreto». Mahmoud Hamid, un giovane nipote del Colonnello, e il capo della sua temutissima Guardia del corpo, Mansur Daou, sono stati autorizzati a pregare sul cadavere ormai decomposto dopo la lunga permanenza nella cella frigorifera e sfigurato dall’autopsia, prima che il convoglio sfrecciasse verso il Sahara. Di fianco alla salma del dittatore c’erano quelle del figlio Mutassim e del suo ministro della difesa Abu Bakr Younes Jaber. Tutte erano avvolte in tre sudari candidi, come detta la tradizione musulmana.
SOLO QUATTRO persone avrebbero assistito all’inumazione: due rappresentanti del Consiglio Nazionale Transitorio - il governo degli insorti che ora guida il Paese - e due membri del Consiglio militare di Misurata, la città ribelle che il raìs voleva sprofondare nel sangue dei suoi abitanti. Nessuno sa se sia stata rispettata la volontà di Gheddafi di essere sepolto come i ‘martiri dell’Islam’, con il petto rivolto verso la Mecca e con gli abiti intrisi del sangue versato in battaglia , nel caso di Gheddafi una divisa militare che era già in brandelli quando gli hanno sparato alla tempia sinistra.
OMAR BANI, il portavoce militare dei ribelli, un’impeccabile bustina blu sui capelli grigi cortissimi, non concede nessun dettaglio. Fonti del Cnt fanno filtrare che il raìs è stato sepolto «con il rispetto dovuto». Il Cnt vuole assolutamente evitare che la tomba di Gheddafi possa diventare un luogo di culto, magari un punto di riferimento per i suoi residui seguaci: in Libia ce ne sono ancora più di quanti non si creda. Dai paraggi di Bani Walid, una delle ultime roccheforti lealiste a cadere, proprio ieri hanno avvertito che riprenderanno presto la lotta numerosi fedelissimi del passato regime, che si sono dati alla macchia portando con sè le loro armi. Omar Bani ha convocato una conferenza stampa per celebrare la vittoria del «popolo contro il despota». Ma l’atteggiamento dei media nei confronti dei rivoluzionari sta cambiando rapidamente.
Bani si trova di fronte a un fuoco di fila di domande sul massacro di 53 lealisti nel parco dell’hotel Mahari di Sirte, quartier generale delle Brigate di Misurata ‘Support’, ‘Cittadella’, ‘Giaguaro’, ‘Leone’ e ‘Tigre’. Squadre di volontari hanno già raccolto i cadaveri. Ma sul prato sono rimaste tracce inequivocabili del massacro di massa dei prigionieri dei rivoluzionari, un tappeto di bossoli e decine di manette di plastica . Il ‘New York Times’ ha pubblicato un servizio. La stessa reazione di Bani alla domanda sul tema è infelice. Chiede polemicamente se il ‘New York Times’ era sul campo di battaglia. Una reporter del giornale gli lancia un «sì» stentoreo. Per una curiosa coincidenza di tempo, proprio a Sirte un colossale incendio è divampato in due depositi di carburante lunedì notte. Le vittime sono cinquanta, più o meno quanti i lealisti giustiziati al Mahari.
LA MORTE di Gheddafi è un mistero sempre più insondabile. Le atrocità sono lo sfondo della richiesta presentata dal Cnt alla Nato di prolungare le operazioni militari fino al 30 novembre, il giorno dopo che l’Alleanza ha ribadito l’abbandono del territorio libico alla fine di questo mese . Il ministro della difesa statunitense Leon Panetta ora non esclude l’invio di truppe in Libia. Nelle stesse ore fonti tuareg fanno rimbalzare la notizia che il secondogenito del Colonnello Saif sarebbe nel triangolo nel quale confluiscono i confini del Niger, della Libia e dell’Algeria. In Niger sono già riparati il fratello Saadi e l’ex capo dei servizi segreti Abdallah al-Senussi.
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