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Gheddafi, tomba segreta nel deserto. Il Cnt: non sarà un luogo di culto. I ribelli chiedono alla Nato di restare un altro mese.

Pubblicato da Lorenzo Bianchi Mer, 26/10/2011 - 17:56

 TRIPOLI. Di NOTTE, furtivamente, tre auto hanno portato i corpi nel deserto. Salem  al-Mohanmdes, un guardiano del mercato tunisino di Misurata, tira un sospiro  di sollievo: «Il nostro lavoro è finito. Il nostro Consiglio militare ha  trasferito Gheddafi in un posto segreto». Mahmoud Hamid, un giovane nipote  del Colonnello, e il capo della sua temutissima Guardia del corpo, Mansur  Daou, sono stati autorizzati a pregare sul cadavere ormai decomposto dopo la  lunga permanenza nella cella frigorifera e sfigurato dall’autopsia, prima  che il convoglio sfrecciasse verso il Sahara. Di fianco alla salma del  dittatore c’erano quelle del figlio Mutassim e del suo ministro della difesa  Abu Bakr Younes Jaber. Tutte erano avvolte in tre sudari candidi, come detta  la tradizione musulmana.

  SOLO QUATTRO persone avrebbero assistito all’inumazione: due rappresentanti  del Consiglio Nazionale Transitorio - il governo degli insorti che ora guida  il Paese - e due membri del Consiglio militare di Misurata, la città ribelle  che il raìs voleva sprofondare nel sangue dei suoi abitanti.   Nessuno sa se  sia stata rispettata la volontà di Gheddafi di essere sepolto come i  ‘martiri dell’Islam’, con il petto rivolto verso la Mecca e con gli abiti  intrisi del sangue versato in battaglia , nel caso di Gheddafi una divisa  militare che era già in brandelli quando gli hanno sparato alla tempia  sinistra.  

 OMAR BANI, il portavoce militare dei ribelli, un’impeccabile bustina blu sui  capelli grigi cortissimi, non concede nessun dettaglio. Fonti del Cnt fanno  filtrare che il raìs è stato sepolto «con il rispetto dovuto». Il Cnt vuole  assolutamente evitare che la tomba di Gheddafi possa diventare un luogo di  culto, magari un punto di riferimento per i suoi residui seguaci: in Libia  ce ne sono ancora più di quanti non si creda. Dai paraggi di Bani Walid, una  delle ultime roccheforti lealiste a cadere, proprio ieri hanno avvertito che  riprenderanno presto la lotta numerosi fedelissimi del passato regime, che  si sono dati alla macchia portando con sè le loro armi.  Omar Bani ha convocato una conferenza stampa per celebrare la vittoria del  «popolo contro il despota». Ma l’atteggiamento dei media nei confronti dei  rivoluzionari sta cambiando rapidamente.

 Bani si trova di fronte a un fuoco di fila di domande sul massacro di 53  lealisti nel parco dell’hotel Mahari di Sirte, quartier generale delle  Brigate di Misurata ‘Support’, ‘Cittadella’, ‘Giaguaro’, ‘Leone’ e ‘Tigre’.  Squadre di volontari hanno già raccolto i cadaveri.  Ma sul prato sono  rimaste tracce inequivocabili del massacro di massa dei prigionieri dei  rivoluzionari, un tappeto di bossoli e decine di manette di plastica . Il  ‘New York Times’ ha pubblicato un servizio. La stessa reazione di Bani alla  domanda sul tema è infelice. Chiede polemicamente se il ‘New York Times’ era  sul campo di battaglia. Una reporter del giornale gli lancia un «sì»  stentoreo.  Per una curiosa coincidenza di tempo, proprio a Sirte un colossale incendio  è divampato in due depositi di carburante lunedì notte. Le vittime sono  cinquanta, più o meno quanti i lealisti giustiziati al Mahari.

  LA MORTE di Gheddafi è un mistero sempre più insondabile.  Le atrocità sono  lo sfondo della richiesta presentata dal Cnt alla Nato di prolungare le  operazioni militari fino al 30 novembre, il giorno dopo che l’Alleanza ha  ribadito l’abbandono del territorio libico alla fine di questo mese . Il  ministro della difesa statunitense Leon Panetta ora non esclude l’invio di  truppe in Libia.  Nelle stesse ore fonti tuareg fanno rimbalzare la notizia che il  secondogenito del Colonnello Saif sarebbe nel triangolo nel quale  confluiscono i confini del Niger, della Libia e dell’Algeria. In Niger sono  già riparati il fratello Saadi e l’ex capo dei servizi segreti Abdallah  al-Senussi.

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