"Così l'abbiamo catturato". Parlano i carnefici di Gheddafi
MISURATA. Hanno l’aria di tre bravi ragazzi, lavoratori per nulla truculenti prestati alla Brigata al-Riran di Misurata, quella che ha catturato il terribile raìs. Li incontriamo nel pomeriggio. Qualche ora prima le spoglie del Colonnello, del figlio Mutassim, e del loro ministro della difesa Abu Bakr Yunus Jaber, sono state offerte di nuovo alla pubblica curiosità in un magazzino frigorifero, quello della frutta e della verdura del mercato tunisino.
La gente di Misurata si è rimessa in fila. Qualcuno si è protetto il viso con una mascherina, altri con una sciarpetta o con un fazzoletto. L’olezzo è diventato insopportabile. Mutassim e il padre mostrano i segni dell’autopsia. Gheddafi ha un nodo chirurgico sulla fronte e il naso tutto storto, come se si fosse rotto. Al figlio, capo della sicurezza nazionale fino al 2007, non hanno chiuso gli occhi. Il figlio sfuggito al massacro, Seif, delfino di Gheddafi, ieri si è fatto vivo, forse dal Niger, con un messaggio audfio: «Io vi dico, andate all’inferno, voi e la Nato dietro di voi. Questo è il nostro Paese, noi ci viviamo, ci moriamo e continuiamo a combattere» .
A QUALCHE centinaio di metri dalla cella frigorifera dove è esposto Gheddafi, la Brigata al-Riran ha allineato su un tavolo i suoi trofei, un parallelepipedo bianco pieno di scritte, l’amuleto da magia nera che Gheddafi aveva addosso, un vecchio telefono satellitare Thuraya, una sciarpa beige, due fucili mitragliatori d’assalto - uno è un Herstal belga e l’altro ha il caricatore ricurvo del kalashnikov - e una pistola Smith e Wesson calibro 357 magnum che Gheddafi impugnava con mano tremante. Parla per primo il coordinatore della brigata Abdul Salam Saddiq Shallouf, 39 anni, commerciante di prodotti agricoli. Racconta che i suoi ragazzi si sono fatti le ossa combattendo nel martoriato viale Tripoli e che il reparto, 150 uomini, è stato riconosciuto dal Consiglio nazionale di transizione in aprile: «Abbiamo comiciato con due pick up con due mitra pesanti, ora ne abbiamo 40».
Salem Bashir, 27 anni è quello che per primo ha visto in faccia Gheddafi. «Ci avevano assegnato all’area Zafran - racconta - abbiamo visto una quindicina di persone a piedi che si rifugiavano in un capanno di protezione di un pozzo. Erano le dieci. L’abbiamo circondato sparandogli. Due si sono arresi. Degli altri, qualcuno è morto, qualcuno è stato preso prigioniero e qualcuno è fuggito sparando verso un piccolo bosco. Da un tunnel sotto la strada vediamo uscire un kalasnikov con in cima un turbante. Un segno di resa? Macché. Escono sparando all’impazzata. Muore uno dei nostri. Vedo una persona accucciata vicino all’ingresso del tunnel. Mi lancio giù. C’è un uomo che trema. Si volta e mi fulmina. E’ lui, è Gheddafi. Metto la mano sul piccolo Corano che ho sempre con me. Grido: è Muammar ». Arriva Ahemed Mohammad al-Gazal, 21 anni, tanti lavoretti in passato: «Butto per terra il kalashnikov. Ai miei piedi c’è Gheddafi che chiede con la solita voce arrogante: insomma che cosa c’è, spero per il bene? Ci guardiamo negli occhi. Penso ai nove mesi di guerra, alle migliaia di morti e gli grido: Come può esserci il bene se tu sei il nostro capo?».
LA PARTE finale della ricostruzione è affidata a Nabil Ali Derruish, 23 anni, meccanico. Si presenta a chi scrive con la famosa Browning dorata del rais, sulla quale c’è scritto da una parte Sul primo settembre (data della rivoluzione gheddafiana) non tramonta mai il sole, e dall’altra Il primo settembre è eterno. «L’ho trovata io nel suo piccolo arsenale. Con altri l’ho steso sul cofano della nostra jeep. Tutt’intorno si sta ancora sparando e si scatena un finimondo. Gheddafi perde sangue dalla testa, è ferito a un fianco, ma ancora vivo. Lo trasportiamo per cento-centocinquanta metri. Lo consegniamo all’ambulanza che segue sempre la nostra brigata tenendosi a distanza». Per la sua Browning dorata Ibrahim Bilhaj, un riccone di Tripoli, ha offerto l’equivalente in dinari di quasi due milioni di euro . Shallouf scuote la testa: «Niente da fare. La teniamo noi».
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