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"Così l'abbiamo catturato". Parlano i carnefici di Gheddafi

Pubblicato da Lorenzo Bianchi Lun, 24/10/2011 - 15:21

 MISURATA. Hanno l’aria di tre bravi ragazzi, lavoratori per nulla truculenti prestati  alla Brigata al-Riran di Misurata, quella che ha catturato il terribile  raìs. Li incontriamo nel pomeriggio. Qualche ora prima le spoglie del  Colonnello, del figlio Mutassim, e del loro ministro della difesa Abu Bakr  Yunus Jaber, sono state offerte di nuovo alla pubblica curiosità in un  magazzino frigorifero, quello della frutta e della verdura del mercato  tunisino.

 La gente di Misurata si è rimessa in fila. Qualcuno si è protetto  il viso con una mascherina, altri con una sciarpetta o con un fazzoletto.  L’olezzo è diventato insopportabile. Mutassim e il padre mostrano i segni  dell’autopsia. Gheddafi ha un nodo chirurgico sulla fronte e il naso tutto  storto, come se si fosse rotto. Al figlio, capo della sicurezza nazionale  fino al 2007, non hanno chiuso gli occhi.   Il figlio sfuggito al massacro,  Seif, delfino di Gheddafi, ieri si è fatto vivo, forse dal Niger, con un  messaggio audfio: «Io vi dico, andate all’inferno, voi e la Nato dietro di  voi. Questo è il nostro Paese, noi ci viviamo, ci moriamo e continuiamo a  combattere» .

  A QUALCHE centinaio di metri dalla cella frigorifera dove è esposto  Gheddafi, la Brigata al-Riran ha allineato su un tavolo i suoi trofei, un  parallelepipedo bianco pieno di scritte,  l’amuleto da magia nera che  Gheddafi aveva addosso, un vecchio telefono satellitare Thuraya, una sciarpa  beige, due fucili mitragliatori d’assalto  - uno è un Herstal belga e  l’altro ha il caricatore ricurvo del kalashnikov - e una pistola Smith e  Wesson calibro 357 magnum che Gheddafi impugnava con mano tremante. Parla  per primo il coordinatore della brigata Abdul Salam Saddiq Shallouf, 39  anni, commerciante di prodotti agricoli. Racconta che i suoi ragazzi si sono  fatti le ossa combattendo nel martoriato viale Tripoli e che il reparto, 150  uomini, è stato riconosciuto dal Consiglio nazionale di transizione in  aprile: «Abbiamo comiciato con due pick up con due mitra pesanti, ora ne  abbiamo 40».

 Salem Bashir, 27 anni è quello che per primo ha visto in faccia Gheddafi.  «Ci avevano assegnato all’area Zafran - racconta - abbiamo visto una  quindicina di persone a piedi che si rifugiavano in un capanno di protezione  di un pozzo. Erano le dieci. L’abbiamo circondato sparandogli. Due si sono  arresi. Degli altri, qualcuno è morto, qualcuno è stato preso prigioniero e  qualcuno è fuggito sparando verso un piccolo bosco. Da un tunnel sotto la  strada vediamo uscire un kalasnikov con in cima un turbante. Un segno di  resa? Macché. Escono sparando all’impazzata. Muore uno dei nostri.  Vedo una  persona accucciata vicino all’ingresso del tunnel. Mi lancio giù. C’è un  uomo che trema. Si volta e mi fulmina. E’ lui, è Gheddafi. Metto la mano sul  piccolo Corano che ho sempre con me. Grido: è Muammar ». Arriva Ahemed  Mohammad al-Gazal, 21 anni, tanti lavoretti in passato: «Butto per terra il  kalashnikov. Ai miei piedi c’è Gheddafi che chiede con la solita voce  arrogante: insomma che cosa c’è, spero per il bene? Ci guardiamo negli  occhi. Penso ai nove mesi di guerra, alle migliaia di morti e gli grido:  Come può esserci il bene se tu sei il nostro capo?».

  LA PARTE finale della ricostruzione è affidata a Nabil Ali Derruish, 23  anni, meccanico. Si presenta a chi scrive con la famosa Browning dorata del  rais, sulla quale c’è scritto da una parte Sul primo settembre (data della  rivoluzione gheddafiana) non tramonta mai il sole, e dall’altra Il primo  settembre è eterno. «L’ho trovata io nel suo piccolo arsenale. Con altri  l’ho steso sul cofano della nostra jeep. Tutt’intorno si sta ancora sparando  e si scatena un finimondo. Gheddafi perde sangue dalla testa, è ferito a un  fianco, ma ancora vivo. Lo trasportiamo per cento-centocinquanta metri. Lo  consegniamo all’ambulanza che segue sempre la nostra brigata tenendosi a  distanza».   Per la sua Browning dorata Ibrahim Bilhaj, un riccone di Tripoli, ha  offerto l’equivalente in dinari di quasi due milioni di euro . Shallouf  scuote la testa: «Niente da fare. La teniamo noi».

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