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Povera Italia, non abbiamo manco gli hacker. "Quelli veri saranno quattro..."

Pubblicato da Roberto Baldini Mar, 19/07/2011 - 17:32

Sul cellulare appare ‘numero privato’. L’ex hacker, rigorosamente anonimo, un vago accento straniero forse fasullo, è quasi arrabbiato dopo aver letto le notizie sull’assalto ai computer delle università. «Se violassero il suo portale mettendo in piazza nomi, cognomi e password direbbe che è un fesso lei perché non si è attrezzato abbastanza contro le intrusioni, o che è bravo chi è riuscito a entrare?» 

Che è bravo chi è riuscito a entrare.«Già. E così si crea il mito dell’hacker che viola i segreti del Norad, della Nasa o delle università italiane... Ma lo sa quanti hacker ci sono in Italia, hacker veri intendo?» 

Non ne ho la più pallida idea.«Ebbene tre, quattro al massimo. Tutto il resto sono wannabe» 

Cioè gente che vorrebbe esserlo ma non ce la fa?«Esatto. Li chiamano anche script kid, perché spesso sono teenager che lavorano sugli script di un sistema per penetrarlo. Sono quelli che vengono beccati con le mani sulla tastiera, quelli che usano sistemi semplici per violare i computer magari attraverso un account regolare al quale si può benissimo risalire un IP. Insomma, quelli che si trovano alla porta gli agenti della polizia postale e che si beccano la denuncia oltre a subire il sequestro di tutta l’attrezzatura informatica» 

Allora gli hacker veri chi sono?«Intanto distinguiamo tra hacker e cracker, qualcuno li definisce anche white hat e black hat, i primi buoni e i secondi cattivi. I cracker, i black hat, sono quelli cattivi». 

Come quelli che hanno violato le università italiane?«Sì, questi sono cracker perché hanno messo in piazza tantissimi dati, numeri di cellulare, indirizzi email, password di sistema. Cioè hanno provocato un danno all’ente violato». 

Wannabe, script kid e cracker, okay. Ora mi dice che fa l’hacker?«Lo scopo dell’hacker non è quello di provocare danni. Vede, il 99% dei siti sono vulnerabili e chi dice il contrario sa di mentire. Il vero hacker è chi cerca le vulnerabilità. Entra dalla parete con la crepa, lascia un segno — un file, una foto — e poi avverte gli amministratori del sistema: ehi, ragazzi, sono entrato, e vi ho lasciato una prova. Forse dovete pensare a difendervi un po’ meglio...». 

Una specie di super eroe informatico. E perché lo fa? Per narcisismo digitale?«Lo fa per dimostrare a se stesso quanto è in gamba. Ma non vuole gettare nessuno nel panico, anzi, fornisce a chi subisce l’attacco notizie preziose sulla vulnerabilità del suo sistema». 

E non è rintracciabile come lo script kid...«L’hacker usa schede sim valide una settimana e mail che si cancellano dopo un’ora. Si fanno trovare solo se lo decidono loro. Sono loro che trovano te, mai viceversa». 

Ma come lavorano? «Per prima cosa lanciano una ricerca attraverso software particolari proprio per scoprire che sistemi usi e con quali macchine lavori. È quello che si chiama il finger printing, si prendono le impronte del sito-bersaglio, si individua il sistema operativo e si verifica se sono stati fatti gli aggiornamenti necessari. Se non sono stati fatti l’hacker sa dove tirare il siluro. Chiaro?».

Clic. L’hacker scompare, come un pixel in un maxischermo. E subito viene in mente il post firmato ‘LulzSecItaly’ dopo l’attacco agli atenei: «Le universita’ sono l’antipasto. Questo è solo l’inizio... ». Guardi il display sul tuo pc, e subito hai la sensazione che qualcuno ti osservi. Forse è solo suggestione. no?

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