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Perché il Tibet fa ancora paura a Pechino

Pubblicato da Roberto Baldini Lun, 02/03/2009 - 13:05

Aba è una piccola città del Sichuan, la ragione della Cina nord occidentale devastata dal terremoto il 12 maggio 2008. Confina con il Tibet. O meglio confina con quella che secondo i cinesi è la Regione Autonoma del Tibet. Ma un tempo era Tibet anche quello, e del Tibet c'è rimasta la parte più importante: i tibetani. Come il  monaco che l'altro ieri ha cercato di darsi fuoco ed è stato abbattuto dalla polizia a pistolettate,  secondo decine di testimoni. Sventolava una bandiera del Tibet e un'immagine del Dalai Lama. Voleva immolarsi per protestare contro il divieto di pregare nel suo monastero, Kirti. Solo questo.

Ma la Cina, su tutto ciò che è Tibet, non sembra voler sentire ragioni. Continua con la sua tesi: il Dalai Lama è a capo di una cricca fomentata da stati Esteri che vuole sottrarre il Tibet ai cinesi. Ora, basta viaggiare in Tibet per renDersi conto che nessun tibetano pensante vorrebbe veramente che il Tibet fosse uno stato indipendente dalla Cina. "Non potremmo fare a meno di Pechino, la nostra economia crollerebbe" dicono in molti. E lo dice anche il Dalai Lama: una cosa è chiedere l'indipendenza , un'altra è rivendicare, come fa il leader spirituale tibetano, un' autonomia vera e non un'autonomia farsa come quella di oggi. Ma tant'è. I dirigenti cinesi continuano a ripetere che il problema del Tibet riguarda ''la sovranita''' della Cina, anche se ''...e' spesso mascherato da problema etnico, religioso, ambientale o legato ai diritti umani''.

Lo ha scritto anche ieri il Quotidiano del Popolo, giornale del Partito Comunista Cinese (Pcc) in un editoriale che accusa non meglio precisati ''uomini politici'' stranieri di sfruttare la questione del Tibet per''...raggiungere il loro obiettivo di opprimere e contenere la Cina''.  Costoro, secondo il giornale, ''...pensano...che fissarsi su questa questione possa far spostare l'attenzione della loro opinione pubblica'', preoccupata dalla crisi economica. L' editoriale aggiunge che il leader tibetano di esilio, il Dalai lama, non e' che uno strumento di questi ''complotti''.  

Eppure, se Pechino accettasse un vero dialogo con il Dalai Lama, un compromesso si potrebbe raggiungere anche in tempi brevi, proprio perchè la stragrande maggioranza dei tibetani non mira  affatto all'indipendenza del Paese. Non potrebbero permetterselo. E lo sanno benissimo.  Perchè la Cina continua a fingere di non saperlo? Forse perchè, azzardanop in molti, alleggerire la mano in Tibet significherebbe essere costretti a farlo anche in tutte le altre regioni popolate da minoranze etniche non solo tibetane, ma anche musulmane o cristiane. Pechino teme che la richiesta di autonomia possa espandersi a macchia d'olio. Fino a raggiungere le stesse regioni cinesi. Fino a metter in dubbio la stessa autorità centrale. Oggi lo fanno solo i dissidenti. Domani, chissà...   

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