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Libia, la svolta "neocon" di Barack Obama

Pubblicato da Roberto Baldini Gio, 25/08/2011 - 11:34

«Alcune nazioni possono far finta di non vedere le atrocità commesse in altri Paesi. Ma gli Stati Uniti d’America sono diversi. Mi rifiuto, da presidente, di agire soltanto dopo aver visto le immagini di una carneficina e di fosse comuni».

Potrebbe averlo detto George W. Bush, ma sono parole, ormai "vecchie" (marzo scorso) di Barack Obama. Pochi lo sottolinearono, ma quel discorso segnò una svolta profonda nella politica estera del presidente americano, fino a quel momento molto più recalcitrante all’interventismo, in nome di una dottrina eccezionalista e isolazionista che rievocava un passato ormai inconciliabile con il terzo millennio.

Una svolta nel nome dei più profondi valori americani, e se non è un ritorno alla nazione “poliziotto del mondo” poco ci manca. Ma è comunque una svolta, che ha portato molti analisti a vedere, dopo due anni di presidenza Obama, una continuità con la politica di Bush e del suo team neoconservatore. E certo le assonanze con il vecchio George W. non mancavano in quel discorso. Quando Obama disse che il mondo senza Gheddafi sarebbe stato sicuramente un posto migliore non vi ricordava qualcuno?

E così, sei mesi dopo, attraverso quello che è stato definito il capolavoro politico-diplomatico di Obama, siamo arrivati alla caduta di Tripoli, dopo una guerra gestita in sordina proprio dall’America di Barack, che ha ripreso il pallino in mano dopo la fuga in avanti franco-britannica, ha stretto le sue alleanze con il mondo arabo, si è procurato preziosi consensi, ha addestrato i ribelli. E ha aperto loro le porte della capitale con i raid Nato ai quali ha indotto a partecipare anche l’Italietta del bombardo-ma-non-bombardo:  in realtà un primo bilancio riportato ai primi di agosto dal Sole 24 ore indicava in 450 le bombe ed i missili sganciati dai jet italiani su obiettivi militari ed in 1.700 le sortite totali dei velivoli tricolore. Facciamo la guerra come gli altri, ma ci vergognamo di dirlo perché non sappiamo mai bene se sia giusta o no. E ora anche il nostro futuro in Libia, più che nelle mani dei ribelli, è in quelle di Barack.

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