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Testimone della storia due volte

Pubblicato da Bruna Bianchi Gio, 17/03/2011 - 19:07

Il 25 maggio del 2010 mi trovavo a Buenos Aires, giusto quando l'Argentina festeggiava i 200 anni della battaglia di maggio contro gli spagnoli, aprendo la via alla proclamazione dell'indipendenza che sarebbe avvenuta il 9 luglio del 1816. I festeggiamenti ufficiali sono durati quattro giorni e quattro notti. Centinaia di migliaia di argentini sono venuti nella capitale per assistere alle celebrazioni che ricordavano la loro storia di nazione giovane, non ancora invasa dagli emigranti europei che in seguito la fecero diventare mezzosangue, cioè figlia di "tanos" e di "gallegos", italiani o spagnoli.  Il patriottismo argentino ha qualcosa di strepitoso e forse unico al mondo e non ha niente a che vedere con la voglia e il bisogno di festeggiare qualunque cosa che invece è sì tipica degli argentini. Non avendo avuto una patria vera e propria, i figli degli  emigranti se la sono dovuta inventare, esattamente come hanno fatto gli Stati Uniti. E come gli Stati Uniti, anche l'Argentina ha bisogno di celebrare la sua unità con iniziative popolari, nel nome anche di quel populismo che governa e tiene a bada 40 milioni di persone. Il patriottismo italiano colmo di retorica da libro Cuore per le generazioni che l'hanno vissuto alle elementari, in Argentina ha un sapore diverso. E' talmente sincero da essere disarmante. Non ha connotazioni politiche, bensì sentimentali. Fa leva sull'orgoglio nazionale (gli argentini ne hanno da vendere), sui miti, sul canto popolare e sulla morte. Ero nell'immensa 9 de Julio, la strada a 16 corsie, la più grande del Sudamerica, ad ascoltare il concerto d'arpa (una meraviglia) in mezzo a due milioni di argentini silenziosissimi, coi bambini in spalla e il termos del mate in mano. I mezzi di trasporto erano gratis, le strade intasate all'inverosimile di gente che fotografava, si avvolgeva nella bandiera e insomma, voleva esserci. Dicevano: <Che fortuna aver vissuto questo momento storico>. Ballavo con loro la chacarera  e la zamba (le danze più popolari) mentre le suonavano dal palco i maggiori artisti, ed è stato difficile non commuoversi al vedere le lacrime degli argetini al mio fianco che ascoltavano  cantare Evita Peron, in un film proiettato su uno schermo gigante, no llore por mi Argentina, non piangere per me Argentina.  Tante lacrime, tanta retorica, tanto bisogno di sentirsi uniti. Durante il giorno sfilavano in costume storicoi soldati, poi tutte le comunità del paese. Bellissimi, raggianti, felici di rappresentare il loro Paese. Dal Nord al Sud di un paese enorme, popolato per meno della metà. Poi è toccato alle comunità che hanno fatto grandfe l'Argentina, tra cui noi italiani che là abbiamo lasciato 5 milioni di nostri avi in pochi decenni tra la fine dell'Ottocento e la metà del Novecento. I primi, già nel 1850, sono stati i genovesi ricchi, i commercianti, cui ha fatto seguito un'ondata di poveri dopo il 1890.  Il patriottismo esasperato e acclamato in un'Argentina che è ancora terzo mondo, strideva in quei giorni con l'individualismo degli argentini, tanto simile al nostro. Nonostante tutto, l'Argentina parla una sola lingua e riconosce la sua storia, la celebra e la mantiene viva. E' un bisogno di non farsi travolgere dalla nostalgia e dalle pretese europee che ha sempre avuto, di superare emotivamente la paura di non farcela a tirare fine mese. Cerca valori (la famiglia) e miti (i vecchi cantanti e i vecchi politici più puliti di quelli di oggi) per sentirsi coesa. Aver vissuto la grande festa per i 200 anni d'Argentina e quelli per i 150 dell'Italia mi ha resa più patriottica di quanto non lo fossi lo scorso anno, italiana osservatrice in Argentina. Al di là delle differenti motivazioni e dei differenti paesi che siamo stati e ancora oggi siamo, l'unità aiuta a salvarsi nei momenti bui della storia. Lo sapeva bene anche Garibaldi, appunto l'eroe dei due mondi.  Non sarò più qui quando l'Argentina festeggerà i 250 anni nè quando l'Italia festeggerà i 200. Quindi, mi sento fortunata ad avere vissuto in un solo anno due eventi storici così straordinari.

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