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Storie di fantasmi e di un delitto mai risolto

Pubblicato da Laura Alari Ven, 08/04/2011 - 19:23

VERNAZZA (La Spezia)  E SE FOSSE un segnale divino? Un messaggio subliminale lanciato da lassù per costringere le coscienze a risvegliarsi, dopo undici anni di letargo? "<!--break-->" Da quando la figura esile di don Emilio Gandolfo è ricomparsa sull’altare delle anime, in paese non si parla d’altro. «Semplice suggestione» spiegano tecnici e filosofi che hanno vivisezionato la foto della turista sarda in cui appare sfuocata l’immagine di un corpo vestito in abiti talari (pubblicata ieri da La Nazione), e con un volto abbastanza definito. «Macchè suggestione, io l’ho sempre detto che ogni volta a Messa vedevo don Emilio eppure nessuno mi credeva» ribatte la madre del vicesindaco, Gerolamo Leonardini, che a 94 anni di sicuro la sa lunga più di altri. Suggestione o no, sta di fatto che ieri a metà pomeriggio i Carabinieri sono arrivati a Vernazza per visionare l’immagine al comando dei Vigili Urbani, dov’era arrivata qualche giorno prima. E ne hanno approfittato anche per un lungo colloquio con lo stesso Leonardini che all’epoca degli eventi sedeva sulla poltrona di sindaco. Se non si può parlare di riapertura delle indagini, visto che non erano mai state chiuse, diciamo che il delitto e l’inchiesta tornano prepotentemente alla ribalta. Dunque non più un «cold case», per dirla all’americana, «un caso freddo» come lo aveva definito solo ieri mattina il pm Maurizio Caporuscio.

IL PRETE intellettuale, così era conosciuto don Emilio Gandolfo. Letterato di grande spessore, profondo conoscitore degli uomini che hanno fatto la storia della Chiesa e amico di molti che hanno fatto la storia d’Italia, da Andreotti a Fanfani, traduttore di fama mondiale, socio della «Compagnia di San Paolo». Per quasi vent’anni era stato insegnante al «Virgilio» di Roma, facendo anche da guida ai fedeli nei pellegrinaggi in Terrasanta. Poi la nostalgia lo aveva riportato in Liguria, dov’era nato, ma raggiunta l’età della pensione voleva tornare nella Capitale e ci sarebbe tornato dopo l’Epifania del 2000. Solo che non ha fatto in tempo.La sera del 2 dicembre 2009, finita la Messa del vespro, don Emilio sale in canonica. Poco prima delle 21 si prepara per andare a dormire quando qualcuno suona alla porta. Qualcuno che lui conosce bene perché altrimenti, diffidente com’è, non avrebbe mai aperto. Dietro il conoscente spunta un altro uomo, come minimo, il sacerdote viene colpito al petto e gli altri, che lo credono già morto, salgono i due piani che portano all’appartamento per cercare qualcosa.Lui però riprende i sensi e poco dopo lo vedono entrare in camera, barcollando, mentre prende il telefono per chiedere aiuto. Non se lo aspettavano, lo finiscono di botte lasciandolo steso sul pavimento vicino al letto, in una pozza di sangue. Il cadavere viene scoperto solo la sera dopo da due donne, preoccupate perché il sacerdote non scende in chiesa all’ora della funzione pomeridiana.

LA PISTA della rapina svanisce subito perché gli aggressori ignorano 700.000 lire e alcuni oggetti d’oro, portando via solo la borsa 48 ore da cui don Emilio non si separava mai, e le sue chiavi di casa che probabilmente sono servite agli aggressori per aprire la porta del terzo piano, quella dell’appartamento, e fuggire.

«PER MESI hanno pensato che i colpevoli fossero di qui ma è impossibile» racconta Claudio Basso, titolare del “Gambero Rosso“ e memoria del paese. «Di sicuro conoscevano bene le abitudini di don Emilio e secondo me sono scappati attraverso la galleria ferroviaria, nascondendosi nelle nicchie, perché qui in piazzetta quella sera non c’era un cane e questo è un paese dove se spunta una faccia nuova dopo cinque minuti lo sanno tutti». Restano in piedi altre piste, c’è chi dice addirittura 16, che però finora non hanno portato a nulla. E adesso spunta questa immagine inquietante. «Noi, in quanto funzionari pubblici, tuteliamo il riserbo della persona che ce l’ha inviata e che non vuole clamore. Ma posso assicurare che non è frutto di manipolazioni» dice il comandante della Polizia Municipale, Franco Villa. E allora potrebbe essere un segnale. Perchè chi sa parli, finalmente. E renda giustizia a don Emilio, che insieme ai suoi tanti amici l’aspetta da undici anni. 

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