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Quel testamento cambiato prima del delitto

Pubblicato da Laura Alari Dom, 10/04/2011 - 21:59

 ROMA -   PAOLO Numerico, presidente di Sezione del Consiglio di Stato, è stato legato da un vincolo di profonda amicizia a don Emilio Gandolfo, che gli aveva affidato anche l’incarico di suo esecutore testamentario.  Ha visto la foto misteriosa, signor giudice?«Certo, e ognuno può pensarla come vuole. Ma dal punto di vista nostro, cioè degli amici, è un’immagine che dà da pensare e ci auguriamo che faccia riflettere anche gli assassini»Chi era don Emilio?«Un uomo di cultura, con tanti interessi sempre legati alla Chiesa. Infatti voleva tornare a Roma, ma glielo hanno impedito».Si riferisce al delitto?«Non ci sono certezze ma il dato di fatto è che doveva trasferirsi nella Capitale dopo l’Epifania del 2000 e che lo hanno ucciso un mese prima».Si dice che avesse già ricevuto degli avvertimenti«C’era gente che di notte gli telefonava o bussava alla porta della canonica e poi scappava. Forse volevano mettergli paura ma sinceramente non mi sembrava spaventato dall’idea di una morte imminente. E comunque la lista delle stranezze sarebbe lunga».Per esempio?«Una volta gli mandarono un pacchetto di sigarette MS: Morte Sicura, Madonna Santa, la sigla della provincia di Massa, difficile capire il significato. Ancora: nel Santuario di Reggio fra le grazie ricevute c’era una foto del pentito Marino, quello che ha accusato Sofri, scomparsa dopo la sua morte. E don Emilio conosceva bene i Sofri, sia Adriano che sua sorella Stella».Era ricco?«Più che la consistenza del patrimonio, circa 80 milioni delle vecchie lire, è importante che avesse cambiato testamento. Nel primo lasciava tutto alla Compagnia di San Paolo. Poi dopo un episodio che non gli era piaciuto, decise di dividere l’eredità in parti uguali fra cinque legatari».Una delle piste porta alla Compagnia?«Di piste ce ne sono 17».Visto che l’argomento è di attualità, c’è anche quella...«La interrompo subito, già capito. Nessuna pista legata a un movente sessuale».Le indagini si potevano far meglio?«Direi di sì. Ma è anche vero che il paese non ha dato un grande aiuto».In che senso?«Quella sera c’era gente che montava le luminarie di Natale, c’erano le persiane della canonica semiaperte, qualcuno ha notato persino la luce delle scale: tutto come se don Emilio fosse in casa, vivo e tranquillo. I casi sono due: o gli assassini conoscevano bene le sue abitudini e il posto o avevano un palo che vive lì. E comunque non credo che in un paese di 500 anime, dove se uno respira lo sanno tutti, nessuno si sia accorto di niente».Se dovesse parlare agli assassini cosa direbbe?«Che hanno ucciso una persona fisica ma l’essenza dell’uomo resta, un uomo importante per la sua storia e non per come è finita questa storia. E che per questo, non per vendetta, speriamo che chi lo ha ucciso si faccia avanti e dica la verità. Proprio com’è successo dopo vent’anni per la contessa morta all’Olgiata».Ma se non l’ha fatto finora...«Come scrive San Paolo nella lettera ai romani, “spes contra spem”, speranza contro ogni speranza. E San Paolo era il faro nella vita di don Emilio».   

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