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I segreti scottanti di don Emilio

Pubblicato da Laura Alari Sab, 09/04/2011 - 14:28

VERNAZZA (La Spezia) –   Forse custodiva qualche segreto scottante, o documenti preziosi. Forse l’ha ucciso “quel clima di persecuzione e di ostilità” di cui lui stesso aveva parlato in una delle tante lettere all’associazione che riunisce i suoi oltre 1.500 amici. Certo è che don Emilio Gandolfo, il parroco di Vernazza  ammazzato di botte a dicembre del 2009, era un personaggio scomodo. E la foto scattata qualche giorno fa di fronte all’altare delle anime, dove si intravede una sagoma vestita in abiti talari, è solo l’ultimo di una lunga serie di misteri legati alla morte del “prete intellettuale”, come tutti lo chiamavano.Perché l’autrice della foto ha scelto di non parlare? Di lei si sa solo che è una turista sarda di circa 28 anni, che si chiama Marina, che da anni ha la passione delle foto e che al momento dello scatto non sapeva niente dell’omicidio.  La protegge un’amica che lavora a Vernazza e che a sua volta pretende l’anonimato in nome del diritto alla privacy, anche se ormai tutti sanno di chi si tratta. Ed è proprio il suo atteggiamento ostinato di chiusura, più che il defilarsi della ragazza sarda, a rendere inquietante la vicenda di questi giorni: se Marina era solo una turista per caso che ha scattato una foto per caso, perché non è lei a spiegare come sono andate le cose e a chiarire certi dubbi: per esempio la mancanza dei dati che identificano il file, se alcune immagini della memory card potrebbero essersi sovrapposte, che tipo di macchina ha usato e altri questiti all’esame degli esperti. E soprattutto cosa ha da nascondere l’amica che la protegge?Del resto proprio lei, a dispetto di tanto zelo, pare si sia resa protagonista di un’ingenuità clamorosa, inviando alla madre che lavora in ospedale una mail dove parlava della foto misteriosa. Fra i medici del nosocomio ci sarebbe qualcuno che è in stretto contatto con gli amici di don Gandolfo e sicuramente a loro non farà dispiacere che questo nuovo mistero riaccenda i riflettori sul caso, restituisca impulso alle indagini e magari risvegli le coscienze di chi sa e da undici anni fa finta di non sapere.Undici anni di piste che non hanno portato a nessun traguardo, salvo l’esclusione certa del delitto per rapina, avvalorando ancora di più l’ipotesi che don Emilio desse fastidio a molti potenti. Lui che di molti potenti era amico e con alcuni di loro aveva condiviso trent’anni di storia italiana in tutti i suoi risvolti, anche i più delicati come i rapporti con alcuni appartenenti alle Brigate Rosse. Letterato e traduttore di fama mondiale, propulsore della pubblicazione dell’opera omnia di Gregorio Magno, eppure sempre rifiutato dal mondo accademico. Consulente presso la Santa Sede, guida di decine di pellegrinaggi in Terra Santa e in tante altre zone “calde” del pianeta, eppure  mai sfiorato dall’ambizione di scalare le tappe della carriera ecclesiastica. Viveva il Vangelo, don Emilio, gesti e parole semplici per una missione maestosa. Vestito in borghese, allergico ai bacchettoni, sempre più avanti degli altri. Era anche un tipo molto diffidente, oltre che stanco per il peso dei suoi 80 anni che gravava su un corpo minuto e fragile. Di solito, quando qualcuno suonava alla porta della canonica, lui gli chiedeva di salire fino all’ingresso secondario, in corrispondenza dell’appartamento. E comunque non avrebbe mai fatto entrare uno sconosciuto. Se quella sera del 2 dicembre decise di scendere tre piani di scale per andare ad aprire vuol dire che chi aveva suonato era  una persona che conosceva bene e molto autorevole. Così come importantissimo doveva essere il segreto che gli assassini hanno cercato, e probabilmente trovato, nella borsa da cui il sacerdote non si separava mai. E che da allora è sparita. 

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